I Longobardi: l’arrivo in Italia e il ducato di Cividale

ducato di Cividale
ducato di Cividale

Dal fascino sottile e discreto, elegante e sontuosa, Cividale del Friuli sorge ad appena diciassette chilometri da Udine, lungo le sponde del fiume Natisone. Nonostante alcune tracce archeologiche abbiano dimostrato le origini antichissime della zona, l’odierna Cividale, fu una fiorente colonia romana nel I secolo avanti Cristo e, grazie a Giulio Cesare, la città fu innalzata al rango di forum, denominata, per tale motivo, Forum Iulii. Ma, il nome e la storia di Cividale, appaiono indissolubilmente legati al popolo dei Longobardi.

I Longobardi in Italia

Stanziati nel I secolo lungo il corso del fiume Elba, i Longobardi iniziarono la propria opera di migrazione, dirigendosi dapprima in direzione sud-est, arrivando poi in Pannonia, abitata dalle tribù dei Gepidi e degli Avari. Considerati rozzi e bellicosi, dal carattere violento e intraprendente, i Longobardi decisero di lasciare i territori in cui si erano stanziati, proprio a causa della difficile convivenza con gli Avari.
Fu proprio a questo punto che i Longobardi decisero di valicare i confini delle terre natie e di stabilirsi in Italia, allora sotto il dominio bizantino. Siamo nel 568 e i Longobardi, con in testa Alboino, s’insediano in terra italica, creando, per la prima volta, un regno completamente indipendente che, nel giro di pochi anni, avrebbe esteso i propri possedimenti sulla maggior parte del Belpaese.

Il Ducato del Friuli

Quello di Cividale del Friuli o, più semplicemente, del Friuli, fu il primo dei ducati creati dai Longobardi.
Istituito all’alba del 569 da Alboino, fu poi assegnato a Gisulfo I che, in poco tempo, lo rese tra i più fiorenti e invidiati dell’intera regione della “Langobardia Maior”.
Data la particolare posizione strategica, il ducato di Cividale, più volte, fu oggetto di violente dispute e contese, spesso culminate in lotte sanguinose e fratricide.
Del resto, non deve certo sorprendere la circostanza che Cividale fosse considerata il fiore all’occhiello dei ducati longobardi. Oltre alla privilegiata posizione geografica in cui essa si veniva a trovare, Cividale costituiva il perfetto trait d’union tra l’Italia e il ricco Oriente.
Sin dalla sua creazione, però, il ducato del Friuli fu concepito come baluardo strategico e militare, un esempio vivo del potere dei Longobardi in Italia. Esso, difatti, non era che sorto da poco, allorché Alboino, decise di estendere i propri domini in Val Padana e, per farlo, aveva bisogno di proteggersi le spalle dalle temutissime invasioni nemiche, soprattutto da parte di Avari e Bizantini.
Quindi, nominato Gisulfo I come comandante in carica e coordinatore di tutte le attività militari del ducato, Alboino riuscì nella propria mira espansionistica, avendo cura, però, di lasciarsi sempre alle spalle una via di fuga verso la Pannonia, se le operazioni militari avessero subito un contraccolpo imprevisto e si fosse verificata l’infausta ipotesi di una ritirata precipitosa.

Il regno dopo Gisulfo I

Se, poche e frammentarie notizie si hanno di Grasulfo I, il successore del valoroso Gisulfo I, la storia e la letteratura ci hanno consegnato un quadro molto più dettagliato di Gisulfo II.
Figlio del primo, da cui ricevette in dote non solo il nome ma anche il carattere prode e valoroso, Gisulfo II – come ben raccontano le cronache narrate dallo storico Paolo Diacono – ha arricchito molte pagine della storia dei Longobardi a Cividale.
L’intrepido Gisulfo II, infatti, si rese protagonista di una strenua resistenza al popolo degli Avari, chiamati a Cividale, pare, dal re longobardo Agilulfo e spronati a scendere in campo proprio per contrastare le velleità espansionistiche dello stesso Gisulfo II. Nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono, infatti, ben si racconta come, nonostante disponesse di un esercito formato da soli pochi uomini, Gisulfo II riuscisse a tener testa all’armata del ben più forte Agilulfo e che, egli si decidesse alla resa, solo dopo aver ingaggiato una battaglia nervosa e, forse, già persa in partenza, proprio in virtù della mancanza di uomini e mezzi a disposizione.

Gisulfo II e i suoi discendenti

Ed è, ancora una volta, grazie all’opera di Paolo Diacono, originario proprio di Cividale, che la storia del regno longobardo in Friuli, è giunta sino a noi con dovizia di particolari.
Come ben si legge nel suo trattato più famoso, infatti, le vicende successive alla disfatta di Gisulfo II, assumono tratti piuttosto romanzeschi allorché la regina Romilda, moglie di Gisulfo, consegnò Cividale, in mano nemica.
Appena messo in piede in città, gli Avari, misero sotto assedio il ducato e, saccheggiato il fiorente e ambito regno, lo lasciarono in balia del fuoco e delle fiamme, prima di ripiegare verso la Pannonia.
Ucciso Gisulfo, però, gli Avari continuarono a gettare morte e distruzione su Cividale. Per annientare ogni seppur minimo tentativo di ribellione, il popolo di origine turcica, decise di prendere come illustri prigionieri Caco e Tasone, i figli già adolescenti di Gisulfo II e di Romilda.
I giovani, dal carattere irruento e valoroso come quello del genitore, apprendendo dell’intenzione degli Avari di sterminare tutti i maschi maggiorenni del popolo longobardo e di ridurre in schiavitù le donne e i bambini, tentarono di far ritorno a Cividale, fuggendo precipitosamente a cavallo.
Nonostante la pericolosità dell’impresa, Caco e Tasone riuscirono nell’intento, facendo, finalmente ritorno a Cividale.
Il ducato, in quel tempo, visse un periodo di rinnovato splendore, dovuto anche all’espansione del ducato ai danni del popolo slavo.

La fine di Caco e Tasone

Non trascorsero che pochi anni e anche i due sovrani regnanti, dovettero pagare con la propria vita, il tributo imposto dal potere e dal comando. Nel 625, infatti, Caco e Tasone rimasero vittima di un’imboscata tesa dal nobile bizantino Gregorio che, con la promessa di adottare Tasone come figlio, attirò i sovrani in un’astuta trappola, li ridusse in prigionia, per poi ucciderli barbaramente.

Il regno di Grasulfo II

Morti i due co-regnanti Caco e Tasone, il ducato di Cividale passò a Grasulfo II, il fratello superstite del nobile Gisulfo. Nonostante i suoi ventotto anni di regno, Grasulfo II non trova ampio spazio nelle cronache storiche di Paolo Diacono. La storia, però, ci consegna il ritratto di un sovrano non molto amato, soprattutto dai giovani Romualdo e Grimoaldo, i due fratelli minori di Caco e Tasone. Essi, sdegnati dall’atteggiamento del parente, prossimi alla maggiore età e spinti dal desiderio di affrancarsi dalle strette maglie del potere intessute da Grasulfo II, lasciarono la natia Cividale, per trovare riparo a Benevento.

La dominazione di Lupo

Se, poco risalto, è dato agli immediati successori di Caco e Tasone, il duca Lupo, merita una menzione speciale nella storia dei Longobardi a Cividale.
Salito al trono longobardo nel 662, Lupo si rese subito protagonista di una spedizione punitiva sull’isola di Grado, luogo in cui si era rifugiato il patriarca cattolico. Lupo, insieme al suo manipolo di uomini, attaccò l’isola, ne razziò tutte le ricchezze e le restituì, finalmente, ad Aquileia.
Lupo, inizialmente affabile e coscienzioso, acquistò la fiducia di Grimoaldo che, non solo gli affidò la cura del patrimonio, ma anche la gestione del suo palazzo a Pavia. Ma, come racconta Paolo Diacono, ben presto, Lupo fu invaso da smanie di potere, rendendo necessario il ritorno in patria di Grimoaldo.
Il giovane re, a quel punto, non volendo gettare il Friuli e tutto il dominio longobardo in una sanguinosa guerra civile, si alleò con gli Avari che, dopo una battaglia durata quattro giorni, riuscirono a sedare la rivolta e a porre fine alla vita di Lupo.
Il ducato, contrariamente a quanto ci si aspettasse, non passò nelle mani del figlio di Lupo, Arnefrido, ma in quelle di Vectari, reggente del Friuli dal 663 a 671.

L’epoca delle lotte

Dopo Vectari, che ebbe il ruolo di difensore del ducato dalle frequenti incursioni slave, il regno visse uno dei periodi più bui della propria storia. Dopo il breve regno di Landari e quello di Rodoaldo, il ducato assistette a una lotta a scena aperta per il potere, tra Ansfrido e Cuniperto che, in breve tempo, portò all’esasperazione delle popolazioni stanziate nella parte nordorientale dell’allora Langobardia, divenute piuttosto insofferenti a quel sentimento di matrice “filo-cattolica” che serpeggiava nell’aria. Cuniperto, dopo aver catturato e condannato Ansfrido all’esilio, pose sul trono Adone, fratello di Rodoaldo.
Ma il periodo di relativa quiete e tranquillità, durò ben poco. Adone regnò poco più di un anno e, alla sua morte, gli successe Ferdulfo che, la storia, ci tramanda come un uomo vile, superbo, altezzoso e arrogante, vittima del suo stesso potere. Ambizioso al punto tale da convincere i nemici a invadere il regno pur di guadagnarsi la fama di defensor pacis, Ferdulfo soccombette sotto i colpi nemici, dimostrandosi debole e inetto nella battaglia che fu vinta dagli Slavi. Gli invasori distrussero la città, annientando l’intera nobiltà di Cividale. Le lotte intestine minarono la stabilità del regno che fu affidato, per breve tempo, a Corvolo, successore di Ferdulfo.

Pemmone e Rachis

L’anno 710 vede il nobile Pemmone come duca di Cividale. Dall’animo nobile e sensibile, Pemmone ricacciò l’invasione slava e sottomise alle proprie volontà anche Callisto, patriarca di Aquileia. Il gesto, seppur eroico e in linea con i principi di lealtà al regno, fu fatale a Pemmone. Privato del titolo da Liutprando, Pemmone vide salire al trono Rachis, il suo primogenito. Valoroso e indomito, Rachis, più volte dette prova del proprio coraggio: annientati gli Slavi, si guadagnò il trono di Pavia. Ma, alla forza militare, non fece eco quella politica. Deposto, Rachis si rifugiò a Montecassino, iniziando il proprio percorso spirituale.

Da Astolfo ai Franchi

Con la deposizione di Rachis, il potere passò ad Astolfo che, dal 749 al 756, assunse il titolo di re d’Italia. Più abile, brillante e intelligente del fratello Rachis, Astolfo riuscì a riportare pace e stabilità nel regno, riuscendo persino a rafforzare l’esercito, in vista della sottomissione dei territori italiani che ancora esulavano dai suoi domini. Le mire espansionistiche di Astolfo lo portarono a scontrarsi con il popolo dei Franchi che, forti dell’appoggio cattolico, penetrarono nel ducato del Friuli e inflissero una sonora sconfitta al re d’Italia. Dopo la morte di Astolfo e un periodo di coreggenza dei duchi Anselmo e Pietro, il ducato fu invaso dai Carolingi nel 775: il dominio longobardo a Cividale era ufficialmente terminato.