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Berengario I: dal Friuli al trono d'Italia e all'Impero

Nato a Cividale, Berengario I fu marchese del Friuli, re d'Italia e imperatore. La storia del più illustre personaggio medievale nato in FVG.

Berengario I: dal Friuli al trono d'Italia e all'Impero - Storia in Friuli Venezia Giulia

Esiste nel medioevo europeo una figura nata in Friuli che percorse una delle traiettorie politiche più vertiginose del suo tempo: da marchese di una marca di confine alle Alpi orientali, a re d'Italia, fino alla corona imperiale. Si chiamava Berengario, era nato a Cividale del Friuli intorno all'850, e morì assassinato a Verona il 7 aprile 924. Fu marchese del Friuli dal 874 al 924, re d'Italia dall'888 al 924 e Imperatore dei Romani dal 915 al 924.

La sua storia è quella di un uomo che non smise mai di combattere per mantenere ciò che aveva conquistato — e che alla fine fu sconfitto non da un esercito nemico, ma da una congiura dei suoi stessi vassalli. Una parabola che racconta molto sull'Italia dell'alto medioevo, sull'eredità fragile dell'Impero carolingio e sul ruolo che il Friuli giocò in quel momento cruciale della storia europea.

La famiglia: gli Unrochingi, discendenti di Carlo Magno

Berengario non partiva dal nulla. Apparteneva a una delle famiglie più illustri dell'aristocrazia carolingia: gli Unrochingi, che prendevano il nome dall'antenato Unruoch II, testimone del testamento di Carlo Magno. Era figlio di Eberardo del Friuli e di Gisella, figlia di Ludovico il Pio, il che gli conferiva un diritto dinastico sul regno d'Italia per linea femminile.

Il padre Eberardo aveva retto la Marca del Friuli per trent'anni, elevandola al rango di marchesato e trasformandola in uno degli stati carolingi più solidi e ben governati. Era anche un uomo di cultura: aveva rapporti con Rabano Mauro, Incmaro di Reims e Sedulio Scoto. La corte friulana era un centro di vita intellettuale in un'epoca di generale declino.

Alla morte di Eberardo il titolo passò al primogenito Unroco, poi nell'875 al fratello Berengario, che ereditò la Marca in un momento delicato: l'Impero carolingio era in piena dissoluzione.

Il 888: l'elezione a re d'Italia

La crisi esplose nel gennaio 888, quando morì Carlo il Grosso, l'ultimo imperatore carolingio ad aver tenuto unito il grande impero. Non lasciava eredi diretti. Nell'888, Berengario riuscì a convincere un'apposita dieta dei magnati e vescovi riunitasi a Pavia, allora capitale del Regno, a farsi eleggere successore di Carlo il Grosso sul trono italiano, venendo poi incoronato nella basilica di San Michele.

Era una mossa audace ma logicamente fondata: Berengario controllava la Marca del Friuli, ovvero la regione più militarmente organizzata e più vicina alle principali vie di comunicazione con il nord Europa. Aveva il sangue carolingio dalla parte materna. E aveva l'appoggio dei vescovi, che in quel momento di caos cercavano un potere abbastanza forte da garantire ordine senza essere abbastanza potente da minacciarli.

Il problema era che non era l'unico pretendente.

La lunga lotta per il trono: Guido, Lamberto, Ludovico

Un altro pretendente diretto al titolo regale fu Guido II di Spoleto. Inizialmente aveva posto la sua candidatura alla corona di Francia, ma i Franchi lo respinsero. Deluso, Guido nell'889 rientrò in Italia e mosse con un suo esercito contro Berengario.

Lo scontro avvenne nel gennaio-febbraio 889 sulla Trebbia: Berengario fu sconfitto e dovette ritirarsi a Verona, conservando a malapena il controllo sulla Marca del Friuli. Guido fu proclamato re e poi imperatore nel 891. Sembrava la fine.

Non lo era. Per la morte di Guido nel 894 e poi di Lamberto figlio di Guido nel 898, Berengario riottenne per breve tempo il regno. Ma arrivò un nuovo sfidante: Ludovico di Provenza, incoronato imperatore nel 901. Solo nel 905 Berengario riuscì a eliminare l'avversario.

Come? Ludovico fu catturato, accecato e rimandato in Provenza — una pratica tipicamente bizantina applicata alla politica italica. Brutale, ma efficace.

Il primo grande disastro: gli Ungari sul Brenta (899)

Nel mezzo di queste lotte interne, il 899 portò una minaccia radicalmente diversa. Gli Ungari attraversarono le Alpi seminando distruzione nella pianura padana. Berengario decise di muovere l'esercito contro di loro, ma venne sconfitto il 24 settembre sul Brenta e fu costretto a pagare un forte riscatto. Per secoli il luogo conservò il nome di "vadus Ungherorum".

La sconfitta fu militarmente grave, ma politicamente devastante. Il pesante rovescio dimostrò incapacità nel difendere la penisola dagli attacchi esterni e squalificò Berengario agli occhi dei suoi feudatari. Da quel momento gli Ungari tornarono periodicamente — circa dodici volte in Friuli, secondo il computo degli storici — devastando villaggi, bruciando raccolti, decimando la popolazione.

Per il Friuli in particolare quelle scorrerie rappresentarono decenni di terrore. Nel 928 gli Ungari distrussero Concordia, obbligando il Patriarca di Aquileia ad annettersi quella diocesi, un tempo fiorente ma allora ridotta ad un cimitero.

La corona imperiale (915) e il fragile equilibrio

Liberato il campo da Ludovico di Provenza, Berengario governò l'Italia appoggiandosi soprattutto ai vescovi, ai quali fu costretto a concedere progressivamente sempre più prerogative pubbliche. Nel dicembre 915 da papa Giovanni X — che come arcivescovo di Ravenna era già stato uno dei suoi sostenitori — ottenne la corona imperiale.

Era il vertice della sua carriera. Nato a Cividale del Friuli, marchese di una marca di frontiera, era ora Imperatore dei Romani. Ma il potere reale restava fragile: il regno rimase in uno stato di continuo disordine per la costante opposizione dei signori.

Berengario fu in grado di governare pienamente solo nella Marca Friulana e nel territorio Veronese, i due feudi che gli erano rimasti fedeli. Il resto della penisola era di fatto fuori dal suo controllo.

La grande errore: gli Ungari come alleati

Incalzato da una nuova coalizione di feudatari ribelli — guidati da Adalberto e Berta di Toscana — Berengario compì quello che la storia giudica il suo errore fatale: assoldò gli Ungari come mercenari contro i propri nemici interni.

Lanciò alla volta di Pavia un esercito mercenario composto da Ungari che assediarono la città. Il lancio di proiettili infuocati scatenò un incendio che distrusse completamente la parte orientale della città, incluso il palazzo regio. Presi tra il fuoco e i pagani, i pavesi pagarono un immenso prezzo in vite umane.

Per la mentalità medievale, un re che consegnava la propria capitale ai pagani per regolare i conti con i suoi baroni era qualcosa di intollerabile. Sin dall'inizio la responsabilità degli eventi fu attribuita a Berengario.

La caduta e l'assassinio (924)

Nel 923, a Fiorenzuola d'Adda nei pressi di Piacenza, Berengario fu sconfitto da Rodolfo di Borgogna — il nuovo pretendente chiamato in Italia dai feudatari ribelli. La battaglia fu una delle più cruente che la storia dell'epoca possa ricordare.

Berengario si ritirò a Verona, ancora combattendo, ancora reclutando mercenari ungari. Ma l'indignazione dei feudatari aveva ormai superato ogni limite. Alcuni Veronesi capeggiati dallo sculdascio Flamberto ordirono un complotto contro di lui nel 924. Il 7 aprile 924, Berengario fu assassinato a Verona per mano di un vassallo.

Aveva governato come re d'Italia per trentasei anni e come imperatore per nove. Era sopravvissuto a quattro pretendenti, a decine di battaglie, a invasioni ripetute. Fu ucciso nell'unica città che gli era rimasta davvero fedele.

Il Patriarcato di Aquileia e la rinascita friulana

Mentre Berengario combatteva per sopravvivere sul grande scacchiere della politica imperiale, in Friuli accadeva qualcosa di diverso. Le lotte intestine dei carolingi e le devastazioni ungare avevano lasciato la popolazione allo stremo, senza un potere laico capace di proteggerla. In questo vuoto, il Patriarca di Aquileia prese in mano la situazione.

Il Patriarca Federico I (900-922) attaccò direttamente gli Ungari per difendere la popolazione friulana. Dopo la sua morte fu ricordato da un epitaffio come "un patriarca valoroso contro la rabbia degli invasori". I suoi successori continuarono l'opera: ricostruirono ville, castelli e strade, distribuirono vettovaglie alla popolazione affamata, riportarono una parvenza di ordine dove i marchesi e i re non erano riusciti a mantenerla.

Fu così che, mentre la grande politica si consumava nelle battaglie e nelle congiure, il Friuli trovò la propria strada nella rinascita guidata dalla Chiesa. Quel processo avrebbe portato, nei decenni successivi, al primato del Patriarcato di Aquileia e alla nascita di quella entità politica autonoma che prese il nome di Patria del Friuli — la storia del Friuli medievale che ancora oggi si legge nelle pietre di Cividale, Aquileia e Udine.

Berengario nacque a Cividale quando il Friuli era ancora una marca carolingia di frontiera. Morì a Verona quando quell'Impero era già un ricordo. In mezzo ci sono trentasei anni di regno, un'incoronazione imperiale a Roma, battaglie su quattro fronti, alleanze con i pagani e tradimenti dei fedeli. Una vita senza pace, in un'epoca senza pace. Il Friuli può rivendicare di aver dato all'Europa medievale il suo ultimo imperatore d'origine italiana — prima che la corona passasse definitivamente alle case germaniche.

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