C'è una domanda che torna ogni volta che si studia Caporetto: come è possibile che un esercito di quasi un milione di uomini sia crollato in quarantotto ore? La risposta più comoda — quella che Cadorna diffuse il 28 ottobre 1917 con il suo bollettino — era la viltà dei soldati, il disfattismo, una specie di sciopero militare. Era falsa. La risposta vera è più scomoda, perché riguarda i piani dell'Alto Comando, un ordine impartito al momento sbagliato e poi, soprattutto, un ordine che avrebbe salvato tutto e che non fu dato.
L'ordine di ritirarsi.
Prima di Caporetto: undici battaglie e un esercito al limite
Per capire il 24 ottobre 1917 bisogna sapere in che stato si trovava il Regio Esercito italiano alla vigilia dello sfondamento. Dal 24 maggio 1915, quasi due anni e mezzo di guerra, italiani e austriaci si scontravano senza tregua sull'ampio fronte che andava dal mare Adriatico allo Stelvio. L'esercito italiano aveva condotto undici battaglie successive sull'Isonzo, in conquiste territoriali assai dispendiose sul piano umano e materiale.
Lo stato di salute dell'esercito non era buono: i soldati erano stanchi e logorati da mesi di intensi combattimenti, il morale era basso e l'insoddisfazione era diffusa tra le truppe. Con l'undicesima battaglia dell'Isonzo, nell'agosto 1917, gli italiani avevano spinto gli austro-ungarici sull'orlo del collasso. Fu proprio questo successo a precipitare la catastrofe: l'Austria chiese aiuto alla Germania, che inviò divisioni d'élite sul fronte italiano per la prima volta.
Cadorna, sebbene ritenesse più probabile un attacco in primavera, prudentemente aveva ordinato il 18 settembre di passare da uno schieramento offensivo a uno difensivo, scaglionato in profondità. L'ordine però non venne eseguito dal generale Luigi Capello, che effettuò una diversa valutazione strategica. I cannoni rimasero in linea avanzata invece di essere arretrati. Le divisioni erano schierate per attaccare, non per resistere a uno sfondamento in profondità.
Il 24 ottobre: lo sfondamento
Alle due esatte del mattino del 24 ottobre 1917 cominciò la battaglia. Alle forze della 14ª Armata austro-tedesca al comando del generale von Below si contrapponevano reparti italiani impreparati a una guerra difensiva e duramente provati dalle undici battaglie precedenti.
Lo sfondamento avvenne con una tecnica che i reparti italiani non avevano mai affrontato: gas tossici misti per neutralizzare l'artiglieria, poi truppe d'infiltrazione che non attaccavano le posizioni forti ma le aggiravano, scivolando tra un caposaldo e l'altro nel buio e nella nebbia. Sul Kolovrat c'erano le brigate Arno e Firenze, che vennero disfatte. Sul Matajur restò isolata la brigata Salerno.
In poche ore il fronte era sfondato per 27 chilometri. Caporetto era caduta.
L'errore chiave: l'ordine che non fu dato
Ed è qui che si consuma l'errore su cui l'articolo originale di questo sito aveva puntato il dito con precisione chirurgica, e che la storiografia successiva ha confermato ampiamente.
Cadorna, sin dalla mattina del 25 ottobre, passò al vaglio l'idea di ordinare una ritirata generale sul fiume Tagliamento e ne discusse nel pomeriggio stesso con Montuori, succeduto a Capello a causa delle precarie condizioni di salute di quest'ultimo. Si decise invece per tentare una resistenza sulla linea delle Prealpi, nel tentativo di salvare la pianura friulana. La nuova linea di resistenza ad oltranza venne così delineata: Monte Maggiore — Le Zuffine — Monte Mia — Monte Matajur — Korada.
La scelta fu fatale. Il generale Capello, comandante della 2ª Armata più direttamente coinvolta nello sfondamento, aveva suggerito a Cadorna di ordinare la ritirata già il 25 ottobre. Se quell'ordine fosse stato impartito tempestivamente, le brigate ancora intatte avrebbero potuto sganciarsi e riorganizzarsi dietro una nuova linea difensiva senza perdite eccessive.
Invece no. Gli scontri che si verificarono tra il 25 e il 27 ottobre riuscirono solo a rallentare parzialmente l'avanzata austro-tedesca. La resistenza e l'operato dei reparti italiani in quelle giornate fu molto eterogeno: alcune unità si immolarono letteralmente, subendo gravi perdite, altre continuarono a ripiegare o finirono prigioniere senza combattere. Caduto il caposaldo del Monte Maggiore la sera del 26 ottobre, Cadorna perse ogni speranza di resistere sulla linea prealpina.
La dorsale del Kolovrat-Matajur: dove si consumò il disastro
Per chi visita oggi questi luoghi — e vale assolutamente la pena farlo — la dorsale Kolovrat-Matajur è il teatro principale di quei due giorni di combattimenti. I monti si trovano al confine tra il Friuli orientale e la Slovenia, alle spalle di Cividale del Friuli, dominando le valli del Natisone e dello Judrio.
Su quella dorsale, il 25 e il 26 ottobre 1917, le brigate italiane si trovarono a combattere contro tre forze distinte e soverchianti: la 12ª Divisione slesiana, i Bavaresi dell'Alpenkorps e il Battaglione da Montagna del Württemberg — quello in cui combatteva, a 26 anni, un ufficiale destinato a diventare celebre: Erwin Rommel.
Il problema non era solo numerico. Era tattico e tecnologico. Sulla dorsale del Kolovrat-Matajur, gli austrotedeschi attaccarono con una potenza di fuoco rapido che i soldati italiani non avevano mai sperimentato: mitragliatrici leggere portate in spalla, che consentivano una mobilità e una velocità d'attacco radicalmente nuove rispetto alla guerra di trincea che i fanti italiani conoscevano.
L'avanzata dell'Alpenkorps si svolse in due fasi distinte. A passo Zagradan-Kolovrat-Cucco i combattimenti assunsero la forma dell'assalto a truppe in trincea — dove la resa di alcuni plotoni della brigata Napoli fu causata da tiri incrociati che non lasciavano possibilità di scampo. A Luico-Matajur si ebbe invece guerra di movimento pura, con attacchi convergenti a truppe non trincerate. La superiorità dell'Alpenkorps nella guerra di montagna fu determinante: velocità di spostamento, destrezza, sorpresa. Come scrisse lo stesso Rommel nelle sue memorie, i reparti italiani non dimostravano debolezza nel morale generale, ma si dimostrarono incapaci di concepire e gestire l'inaspettato. La linearità delle difese e la ricerca costante della simmetria delle forze assorbivano energia psichica e distorcevano la realtà, sottraendo la capacità di reagire alla sorpresa.
La resa a Luico avvenne per accerchiamento. I reparti italiani che riuscirono a sfuggire alla cattura vennero poi impiegati il 26 ottobre per sbarrare il fondovalle a Cepletischis e il 28 sul Torre, per difendere la linea che doveva permettere la ritirata al Tagliamento.
I 300.000 prigionieri: soldati che resistevano, non fuggiti
Qui sta il punto centrale — la tesi storiografica che l'articolo originale aveva formulato con notevole lucidità e che merita di essere ripetuta con chiarezza, perché ancora oggi è poco conosciuta.
Nel corso della battaglia, l'esercito italiano perse circa 50.000 uomini tra morti e feriti, e quasi 300.000 soldati furono catturati. Cadorna, il 28 ottobre, attribuì questa catastrofe alla vigliaccheria delle truppe con il suo famigerato bollettino. Il comunicato dichiarava che "la mancata resistenza di reparti della 2ª Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia".
Era una bugia comoda. I 300.000 prigionieri non erano in mano nemica perché avevano fuggito o deposto le armi per codardia. Erano prigionieri perché erano rimasti al loro posto a combattere — perché l'Alto Comando aveva ordinato loro la resistenza ad oltranza quando avrebbe dovuto ordinare la ritirata. Accerchiati, tagliati fuori dalle linee di rifornimento, senza possibilità di sganciarsi, avevano tenuto le posizioni finché non era rimasto altro da fare che arrendersi o morire.
Gli storici moderni convergono nel ritenere il bollettino di Cadorna un grave errore strategico e comunicativo, nato dal bisogno dell'Alto Comando di scrollarsi di dosso ogni responsabilità. Convinto che la disfatta fosse causata da reparti contaminati da idee "bolsceviche", Cadorna interpretò Caporetto come una ribellione morale e disciplinare, non come un fallimento di comando. Questa lettura divenne il fondamento della leggenda dello "sciopero militare" e del tradimento dei soldati.
Va detto che Cadorna si adoperò brillantemente per organizzare il complicatissimo ripiegamento dell'intero esercito oltre il Tagliamento e il Piave, ma il disastro di Caporetto, dal punto di vista strategico, porta indubbiamente la sua firma: sia pure condivisa con Capello, sua fu la responsabilità del forsennato offensivismo della 2ª Armata, come sua fu l'imprudenza strutturale dello schieramento dei reparti sull'alto Isonzo.
Le conseguenze: il Friuli occupato, Cadorna rimosso
Caporetto fu una tragedia nazionale: in una guerra nella quale si avanzava o retrocedeva di pochi chilometri alla volta, il Regio Esercito era stato costretto a ritirarsi da una vasta porzione del territorio nazionale, cedendo al nemico l'intero Friuli e parte del Veneto. I profughi civili furono oltre 500.000.
Il 30 ottobre, davanti al Tagliamento, furono combattute diverse durissime battaglie difensive, in cui molti reparti italiani si sacrificarono per permettere la salvezza delle grandi unità in fase di ripiegamento: la brigata Venezia a Galleriano, la Bologna a Ragogna, il Genova e il Novara cavalleria a Pozzuolo del Friuli combatterono duramente rallentando l'avanzata avversaria per guadagnare qualche ora.
Il 12 novembre 1917 gli ultimi reparti italiani si schierarono oltre il Piave. La battaglia di Caporetto era terminata. Cadorna fu rimosso dal comando l'8 novembre e sostituito con Armando Diaz. Il Friuli sarebbe rimasto occupato per un anno intero, fino alla vittoria di Vittorio Veneto del novembre 1918.
Dove andare oggi: i luoghi di Caporetto in Friuli
Per chi vuole visitare i luoghi della battaglia, il Friuli Venezia Giulia offre un itinerario di straordinaria intensità che si sviluppa soprattutto lungo le valli del Natisone e dello Judrio, nella fascia orientale della provincia di Udine.
Cividale del Friuli è il punto di partenza naturale: la città fu uno dei nodi tattici principali durante i giorni dello sfondamento, con più comandi di divisione attestati nei pressi. Da qui si risale verso est in direzione della Slovenia.
Il Kolovrat (versante italiano) è percorribile a piedi o in mountain bike lungo sentieri ben segnalati. Dalla cresta — oggi al confine tra Italia e Slovenia — si domina la valle dell'Isonzo a nord e le valli del Natisone a sud: la stessa visuale tattica che avevano i soldati di entrambe le parti nell'ottobre 1917. Sul versante sloveno, a Kobarid (l'ex Caporetto), il Museo della Grande Guerra di Kobarid ha vinto il premio del museo europeo dell'anno ed è unanimemente considerato uno dei migliori musei della Prima guerra mondiale in Europa.
Il Monte Matajur (1.641 m) domina le Valli del Natisone. È raggiungibile con un'escursione impegnativa da vari punti di partenza nella valle; dalla cima, nelle giornate limpide, si vede dal mare Adriatico alle Alpi Giulie.
Caporetto/Kobarid è oggi un piccolo centro sloveno a pochi chilometri dal confine italiano, raggiungibile da Cividale in circa 45 minuti di auto attraverso le valli del Natisone. La visita si può combinare con quella al Sacrario di Caporetto, che ospita le spoglie di oltre 7.000 soldati italiani.
Per i percorsi e le tappe dell'itinerario della Grande Guerra in Friuli Venezia Giulia, il sito turismofvg.it mantiene aggiornate le informazioni su sentieri, musei e luoghi della memoria di tutta la regione.
Caporetto è entrata nella lingua italiana come sinonimo assoluto di disfatta. Ma la storia reale è più sfumata e, in un certo senso, più tragica: non una sconfitta causata dalla viltà dei soldati, come Cadorna volle far credere, ma una catastrofe prodotta dalla cecità strategica di chi quegli stessi soldati aveva mandato a tenere posizioni impossibili con ordini sbagliati. Sapere questo non cambia l'esito della battaglia. Cambia, però, come si guarda ai 300.000 uomini che finirono prigionieri su quei monti. Erano lì perché qualcuno aveva detto loro di restare.
I commenti tornano presto
Stiamo migrando il sistema di commenti. Torneranno disponibili a breve.