📜 Storia · 9 min di lettura

Ronchi dei Legionari: storia di una città tra leggenda e destino

Da insediamento romano a teatro di due episodi storici epocali: la storia di Ronchi dei Legionari, nel cuore della Bisiacaria tra Carso e Adriatico.

Ronchi dei Legionari: storia di una città tra leggenda e destino - Storia in Friuli Venezia Giulia

C'è un nome che pesa come una promessa non mantenuta e come un atto eroico insieme. Ronchi dei Legionari — tre parole che racchiudono secoli di storia, due episodi che hanno scosso l'Italia intera e una terra di confine che ha sempre saputo dove si trovava, anche quando il confine cambiava continuamente intorno a lei. Ai piedi del Carso, nella pianura bassa che scivola verso l'Isonzo e l'Adriatico, questo comune della provincia di Gorizia custodisce una stratificazione rara: preistoria e modernità, irredentismo e nazionalismo, tragedie di guerra e un futuro che guarda all'Europa dall'aeroporto internazionale della regione.

Il nome: un territorio, un dialetto, un'identità

Il nome più antico della città parla già della sua natura. "Ronchi" deriverebbe dal latino runcare, disboscare: un paesaggio che doveva essere strappato alla boscaglia prima di diventare abitabile. Nel Medioevo lo si trova citato come Ronches, poi la parlata locale — quel peculiare dialetto bisiàco, idioma veneto innervato di friulano, sloveno e tedesco — lo trasforma in Ronchi. Con questo nome si intendeva storicamente un territorio frammentato in piccole comunità: Soleschiano, Ronchietis, Selz, Vermegliano, San Vito.

La zona dialettale della Bisiacaria comprende l'area compresa tra i fiumi Isonzo e Timavo, inglobando la fascia tra il Carso e il mare Adriatico. È un'identità culturale tenace, riconoscibile ancora oggi nei cartelli stradali bilingui italiano-sloveno che punteggiano il comune.

Dalle origini romane al Patriarcato di Aquileia

Il territorio di Ronchi era già abitato in epoca preromana. In età romana vi sorsero ville rustiche i cui resti sono stati ritrovati lungo il perimetro dell'attuale aeroporto del Friuli Venezia Giulia. Uno di questi insediamenti — la villa romana di via Raparoni — è oggi uno dei siti archeologici più interessanti della Bisiacaria. La struttura si divide in una pars urbana residenziale e una pars rustica produttiva; i vani dell'area abitativa si dispongono su terrazze artificiali di diverse altezze, soluzione sia estetica che funzionale contro le esondazioni di un ramo dell'Isonzo. Un incendio all'inizio del III secolo d.C. determinò l'abbandono della villa. Tre vani con mosaici restaurati sono oggi visitabili, e i materiali più significativi degli scavi sono conservati nell'Antiquarium di Ronchi dei Legionari, nei pressi del Municipio.

Dopo la caduta di Roma, il territorio seguì le sorti della regione: incursioni longobarde, dominio carolingio, poi l'ombrello del Patriarcato di Aquileia, sotto il quale rimase fino al 1420. Passò quindi alla Repubblica di Venezia fino al 1797 (nel quadro del Dominio di Terraferma chiamato "Patria del Friuli"), poi attraversò il breve periodo delle occupazioni francesi per entrare a far parte, nel 1815, dei possedimenti dell'Impero Austriaco.

Dopo la pace di Schönbrunn del 1809, l'area fu inclusa nelle "Provincie Illiriche"; caduto l'Impero napoleonico, fu eretta a comune nel 1850 e a Borgata con decreto imperiale nel 1912. Un percorso tipico di questo angolo di frontiera: ogni potenza che passava lasciava una stratificazione, una lingua, un'abitudine.

La chiesa di San Lorenzo e il tessuto urbano storico

Nel cuore del paese, la chiesa parrocchiale di San Lorenzo porta impressi sul suo corpo i segni di sette secoli di storia. Costruita nel XIV secolo, fu ampliata nel 1646, ricostruita nel 1780 e gravemente danneggiata durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 1923 venne riedificata nuovamente. Lo stesso conflitto lasciò ferite irreparabili ad altri luoghi di culto: la chiesa di San Silvestro fu demolita definitivamente nel 1923, e la chiesa di San Poletto subì danni tali da non riprendersi più.

Le ville settecentesche e ottocentesche disseminate nel territorio comunale completano il quadro architettonico: testimonianze di una borghesia agiata che aveva scelto questi territori fertili tra Carso e pianura come luogo di residenza e investimento agricolo.

Il primo episodio storico: Guglielmo Oberdan fermato a Ronchi

La storia moderna di Ronchi inizia a intrecciarsi con quella nazionale nel settembre 1882, quando la piccola borgata entra per la prima volta nei libri di storia con un episodio drammatico e poco noto ai più.

Il patriota triestino Guglielmo Oberdan — nato Wilhelm Oberdank, fuggito a Roma per evitare il servizio militare nell'esercito austro-ungarico, diventato irredentista militante — aveva maturato un piano estremo. In occasione della visita dell'imperatore Francesco Giuseppe a Trieste per i 500 anni di "dedizione" della città all'Austria, Oberdan organizzò un attentato, cercando di trasportare da Roma due bombe. Giunse con il suo complice alla località di Ronchi di Monfalcone accompagnato dall'istriano Donato Ragosa, ma venne arrestato dopo aver sparato a un gendarme trentino che aveva notato il suo ingresso clandestino in territorio austriaco.

Nella camera della locanda di Giovanni Battista Berini — oggi abitazione privata nel centro della cittadina — vennero rinvenute due valigette contenenti bombe, polvere da sparo e cartucce. Oberdan fu condotto al palazzo del podestà e poi alle carceri di Monfalcone per l'interrogatorio. Confessò apertamente le sue intenzioni regicide. La sentenza fu rapida e senza appello: nonostante gli appelli di tutto il mondo civile, Oberdan fu impiccato nel cortile della Caserma grande di Trieste il 20 dicembre 1882. Divenne il primo martire dell'irredentismo italiano, e il suo nome fu dato a piazze, vie e istituti scolastici in tutta Italia.

Oggi a Ronchi una lapide — posta nel 1920 sulla facciata di quella che era la locanda, ormai difficile da trovare e quasi illeggibile per gli agenti atmosferici — ricorda in silenzio questo episodio che cambiò la storia del movimento irredentista. Una memoria fragile che merita più attenzione di quanta ne riceva.

Il secondo episodio: la Marcia di Ronchi e l'Impresa di Fiume

Trentasette anni dopo Oberdan, Ronchi torna al centro della storia italiana con un episodio ancora più eclatante. È la notte tra l'11 e il 12 settembre 1919, e il poeta-soldato Gabriele d'Annunzio ha convocato qui i suoi uomini.

Il contesto è quello delle rovine morali del dopoguerra. L'Italia aveva combattuto e vinto la Grande Guerra, ma al tavolo delle trattative di Parigi si era vista negare la Dalmazia, che secondo gli accordi segreti di Londra del 1915 le sarebbe spettata. Il sentimento di "vittoria mutilata" — la formula era di d'Annunzio stesso — covava tra i nazionalisti, gli ex combattenti, i giovani delusi.

Il Vate trasformò quella rabbia in azione. Partito da tutto il territorio nazionale, un gruppo di circa mille volontari — i legionari — si radunò proprio a Ronchi, allora ancora chiamata Ronchi di Monfalcone. Da qui partì la colonna che marciò su Fiume (oggi Rijeka, in Croazia), occupandola e instaurando la Reggenza Italiana del Carnaro. Furono occupate anche le isole di Cherso (Cres), Veglia (Krk) e Lussino (Lošinj).

L'avventura durò fino al dicembre 1920, quando il Trattato di Rapallo assegnò Fiume allo Stato libero omonimo e il governo Giolitti intervenne militarmente per far sgomberare i legionari nel cosiddetto "Natale di Sangue". Fu però una sconfitta provvisoria: nel 1924 Fiume sarebbe stata annessa all'Italia.

Nel 1923 al nome originario del comune fu aggiunta la dicitura "dei Legionari" a ricordo della riunione dei volontari di d'Annunzio. Fino al 1925 il comune si chiamava ancora Ronchi di Monfalcone. Il cambio di nome fu un atto deliberato di memoria storica, e trasformò definitivamente questa cittadina in un luogo simbolico per la storia italiana del Novecento.

Oggi, passeggiando per via D'Annunzio — strada principale del centro — si trova una colonna commemorativa davanti al cimitero del paese. Una lapide è posta sulla casa che ospitò il Vate durante il suo soggiorno in zona, fuori dall'abitato in direzione Monfalcone. Monumenti discreti per un evento che fu tutt'altro che silenzioso.

Il Novecento: guerra, confine, identità contesa

La Prima Guerra Mondiale aveva già lasciato su Ronchi cicatrici profonde, come testimoniato dalle chiese distrutte. Ma il periodo più tormentato arrivò con il Secondo conflitto mondiale e le sue code di occupazione e resistenza.

Il 16 settembre 1943 il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno proclamò l'annessione del Litorale alla Slovenia, territorio che includeva anche Ronchi dei Legionari. Il 1° maggio 1945 le truppe neozelandesi entrarono in paese, dove si incontrarono con i partigiani jugoslavi del IX Korpus.

Il destino di Ronchi rimase incerto per anni. Nel settembre 1947, con il Trattato di Parigi e la definizione del confine italo-jugoslavo, Ronchi — che fino ad allora faceva parte della provincia di Trieste — restò in Italia ed fu inserita nella provincia di Gorizia. Un epilogo tutt'altro che scontato per una città che per due anni era rimasta in bilico tra due stati.

Ronchi oggi: città, aeroporto, polo logistico

Nel marzo 2022 Ronchi dei Legionari ha ottenuto ufficialmente il titolo di Città, riconoscimento conferito dalla Regione Friuli Venezia Giulia ai comuni di particolare rilievo storico, culturale, demografico e socio-economico. Con quasi 12.000 abitanti è il terzo comune per popolazione della provincia di Gorizia.

Ma Ronchi è conosciuta in tutta Italia — e ben oltre — soprattutto per un'altra ragione: sul suo territorio sorge l'Aeroporto Internazionale del Friuli Venezia Giulia, comunemente noto come Aeroporto di Trieste, con codice IATA TRS. Lo scalo serve la regione per voli nazionali e internazionali ed è uno dei nodi logistici più importanti del Nordest, collegato a un polo intermodale che integra gomma, rotaia e aereo.

Come arrivare e cosa vedere

Ronchi dei Legionari si trova a circa 15 km da Gorizia e 10 km da Monfalcone, lungo la SS14 che percorre la pianura friulana verso Trieste. In auto è facilmente raggiungibile dall'autostrada A4 (casello di Redipuglia o di Lisert).

Da vedere a Ronchi:

  • Villa romana di via Raparoni con i mosaici restaurati — uno dei siti arqueologici più significativi della Bisiacaria
  • Antiquarium di Ronchi dei Legionari, vicino al Municipio, con i reperti degli scavi della villa romana
  • Chiesa parrocchiale di San Lorenzo, con la sua storia stratificata di ricostruzioni
  • Colonna commemorativa della Marcia di Ronchi davanti al cimitero
  • Lapide sulla casa di d'Annunzio, fuori dall'abitato verso Monfalcone
  • Lapide dell'arresto di Oberdan, nel centro storico (da cercare in via D'Annunzio, in un cortile privato)

Per informazioni aggiornate su orari di visita, eventi e iniziative culturali — tra cui la rassegna Librinfesta che si tiene ogni aprile — si consiglia di consultare il sito del Comune di Ronchi dei Legionari.

Pochi luoghi in Friuli Venezia Giulia possono vantare due episodi storici di portata nazionale accaduti a distanza di trentasette anni sullo stesso suolo. Ronchi dei Legionari porta il peso di questo destino con una certa discrezione, come è nello stile bisiàco: non si racconta troppo, ma chi vuole capire trova ovunque i segni di quello che è stato.

💬

I commenti tornano presto

Stiamo migrando il sistema di commenti. Torneranno disponibili a breve.