Ci sono luoghi che non si visitano: si attraversano. La Diga del Vajont è uno di questi. Ci si avvicina lungo la gola stretta del torrente omonimo, tra pareti rocciose che sembrano stringersi, e a un certo punto la curva restituisce una visione che toglie il fiato: una parete di cemento alta 261 metri, ancora intatta, ancora in piedi. Silenziosa. La diga non produce più energia elettrica da decenni, eppure è difficile non avvertirne la presenza come qualcosa di vivo — o piuttosto come qualcosa che porta con sé una storia troppo grande per essere contenuta nella roccia.
La sera del 9 ottobre 1963, 270 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal Monte Toc e si riversarono nel bacino artificiale. La diga non cedette — era stata costruita bene — ma l'onda generata dalla frana la scavalcò completamente. Una parete d'acqua e fango alta decine di metri si abbatté sulla valle sottostante in pochi minuti. Longarone fu cancellata. I paesi di Erto e Casso, sul versante friulano, furono travolti. Quasi 2.000 persone morirono in quella notte.
Oggi il Vajont è una meta di turismo della memoria, un luogo dove la storia si tocca con mano e dove le domande — sul progresso, sulla responsabilità, sulla capacità di ascolto del territorio — non hanno ancora perso la loro urgenza.
Una storia che andava scritta diversamente
Per capire il Vajont bisogna capire l'Italia del dopoguerra. Il paese era uscito dalla guerra distrutto e si stava ricostruendo a una velocità che sembrava un miracolo. L'energia idroelettrica era la spina dorsale di quel miracolo, e le grandi dighe alpine erano i suoi monumenti. La SADE — Società Adriatica di Elettricità — aveva individuato fin dal 1929 la Val Vajont come sito ideale per un grande bacino artificiale. Il cantiere aprì nel gennaio 1957, e la diga fu inaugurata nel 1959: era la più alta diga ad arco del mondo.
Il problema era che il Monte Toc, che dominava il bacino sul lato meridionale, era instabile. Gli studi geologici preliminari lo suggerivano; i movimenti del terreno rilevati durante il riempimento del bacino lo confermavano. Nel settembre 1963 erano già stati osservati cedimenti preoccupanti lungo le sponde. Le autorità furono informate. Le decisioni non cambiarono. Il 9 ottobre 1963 la montagna cedette.
La diga tenne. Questo fatto — straordinario dal punto di vista ingegneristico, irrilevante per i 2.000 morti — è uno dei dettagli più agghiaccianti della vicenda. La struttura funzionò perfettamente, ma era stata costruita nel posto sbagliato, e nessuno aveva voluto — o potuto — fermarsi.
I processi che seguirono accertarono responsabilità precise. La tragedia del Vajont non fu un disastro naturale: fu una catastrofe annunciata, il risultato di scelte umane, di pressioni economiche, di silenzi istituzionali.
Erto e Casso: i paesi che non si sono svuotati del tutto
La diga si trova nel comune di Erto e Casso, in provincia di Pordenone, nel Friuli Venezia Giulia. Il confine con il Veneto — e con la provincia di Belluno, dove si trova Longarone — corre proprio lungo la gola. Due regioni, una stessa ferita.
Erto vecchia è uno dei luoghi più intensi da visitare nell'intero territorio. Il paese antico, svuotato dalla tragedia e mai del tutto abbandonato, si sale a piedi dalle frazioni ricostruite nel dopoguerra. Le strade di pietra, le porte chiuse, i muri con le scritte che ricordano la connivenza tra chi costruì e chi avrebbe dovuto fermare: tutto parla. È qui che Mauro Corona — scrittore, scultore, figlio di questa terra — ha ambientato molti dei suoi libri. Passeggiare per Erto vuol dire capire qualcosa che nessuna guida può spiegare del tutto.
Casso si trova ancora più in alto, aggrappato alla roccia sopra la frana. Da qui la vista sul deposito franoso è impressionante: un enorme altopiano caotico dove la natura sta lentamente riprendendo possesso, con alberi, fiori selvatici e un silenzio che pesa.
Cosa si visita e come funzionano le visite guidate
L'esperienza del Vajont si articola in più livelli di visita, gestiti dal Parco Naturale Regionale delle Dolomiti Friulane in collaborazione con l'Associazione Guide Dolomiti Friulane e l'Ecomuseo Lis Aganis.
Visita breve al coronamento (50 minuti) È la visita di base: una passeggiata guidata sul camminamento sommitale della diga. La durata è di 50 minuti e i gruppi sono composti da massimo 40 persone. Si cammina in quota sul bordo della struttura, ascoltando la ricostruzione degli eventi. La vertigine — fisica e storica — è parte dell'esperienza. Il costo è di 7 euro a persona; ingresso gratuito per i bambini sotto i 6 anni. La prenotazione è obbligatoria e si effettua esclusivamente online tramite il portale VivaTicket.
Visita ai luoghi della memoria (3 ore) Comprende il camminamento sopra la diga e la visita ai luoghi della catastrofe — la frana e il bosco vecchio — con una spiegazione approfondita. È una camminata di circa 2,5 km adatta a tutti. Costo: 15 euro per gli adulti, 8 euro per i bambini dai 6 ai 12 anni. Gratuito per i bambini sotto i 6 anni. Il pagamento avviene in contanti alla guida, visto che la rete internet nella zona è scarsa.
Centro Visite di Erto e Casso Il Centro Visite si trova nel paese di Erto, nell'edificio delle ex-scuole elementari. È uno tra i più completi centri di documentazione sul disastro: fotografie, documenti, ricostruzioni cronologiche minuto per minuto. Una tappa fondamentale prima o dopo la visita alla diga.
Calendario delle visite 2025-2026
Le visite guidate al coronamento si svolgono: in giugno tutte le domeniche dalle 10.00 alle 17.00; in luglio il sabato e la domenica dalle 10.00 alle 17.00; in agosto tutti i giorni dalle 10.00 alle 17.00; in settembre tutte le domeniche dalle 10.00 alle 17.00.
In dicembre 2025 le visite sono previste nei giorni 6, 7, 8 e dal 22 al 31, con visite guidate di 2 ore alle 11.00 e alle 14.30. Nei primi giorni di gennaio 2026 (dall'1 al 6) il calendario prosegue con gli stessi orari.
Il 9 ottobre — anniversario del disastro — l'ingresso al coronamento è gratuito ma non vengono effettuate visite guidate. La giornata è dedicata alla commemorazione ufficiale.
Per il calendario completo e aggiornato, orari precisi e prenotazioni online (obbligatorie):
Parco Naturale Dolomiti Friulane Sito: www.parcodolomitifriulane.it Tel. 0427 87333 (lunedì-venerdì) Email: [email protected] / Tel. 0427 764425 (lunedì-venerdì, ore 10.00-12.00)
Prenotazioni online: portale VivaTicket (link disponibile sul sito del Parco)
Consigli pratici per la visita
Il percorso sul coronamento prevede scale e tratti in quota: non è adatto a chi soffre di vertigini o di crisi di panico. È consigliabile presentarsi almeno 10 minuti prima dell'orario di inizio. Le calzature con tacco alto non sono consentite. Portare acqua, soprattutto in estate. Per la visita ai luoghi della memoria con escursione è opportuno avere scarpe da trekking.
Un'avvertenza importante: in caso di maltempo grave le iscritte vengono contattate il giorno prima; con pioggia leggera l'attività è normalmente confermata.
Come arrivare
La diga si trova nel comune di Erto e Casso (PN), raggiungibile da due direzioni:
Da Udine/Pordenone (FVG): autostrada A28 fino a Pordenone, poi SS13 verso Sacile e quindi SR251 in direzione Maniago-Montereale Valcellina-Erto e Casso. La diga si trova circa 6 km dopo Longarone, salendo dalla valle del Piave.
Da Venezia/Belluno (Veneto): autostrada A27, uscita Cadore-Dolomiti, SS51 fino a Longarone, poi SR251 in direzione Erto e Casso.
Nei pressi della diga sono disponibili parcheggi gratuiti, aperti dalle 8.00 alle 20.00 tutti i giorni. Il punto di partenza delle visite è il piazzale della Chiesetta Commemorativa, accanto alla diga.
Prima di ripartire: un gesto doveroso oltre il confine
Chi arriva fin qui e riparte senza scendere a Longarone lascia la storia a metà. Il paese veneto, a soli 6 km dalla diga lungo la SR251, fu il più colpito dall'onda del 9 ottobre 1963: in pochi minuti venne letteralmente cancellato. Oggi Longarone è stata ricostruita, ma conserva un luogo che vale il piccolo desvio oltre il confine regionale: il Cimitero Monumentale delle Vittime del Vajont, dove riposano quasi 1.500 delle circa 2.000 persone che persero la vita quella notte. Le lapidi, i nomi, le date di nascita di bambini e anziani: è uno di quei luoghi che non richiedono spiegazioni. Basta starci.
Tornare in auto dal Vajont è un'esperienza silenziosa. Si ripercorre la gola al contrario, si raggiunge la valle aperta, ci si lascia indietro quella parete di cemento. Eppure qualcosa rimane: la consapevolezza che certi errori non vengono dalla mancanza di conoscenza, ma dalla scelta di non ascoltare ciò che già si sa. Il Vajont è una storia italiana, ma il monito che porta con sé non conosce confini né epoche.
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