Coronavirus, tabù e società

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La paura del Coronavirus può suscitare, anche grazie alle statistiche sui contagiati, alla velocità di diffusione ed alle percentuali di mortalità, sentimenti di angoscia verso qualcosa che sfugge alla razionalità ed al controllo. L’esperienza vissuta dall’individuo difronte ad un aggressore inafferrabile non consente di identificare meccanismi di difesa certi. L’aggressore si carica di una potenza negativa simile a quella degli oggetti potenti dell’animismo presente nelle società arcaiche.

Il Coronavirus è assimilabile ad un tabù.

Tabù è un termine polinesiano che indica il divieto di contatto con cose ritenute sacre od all’opposto pericolose. In entrambi i casi si tratta di qualcosa che provoca nell’individuo una specie di avvertimento: attenzione! di fronte al manifestarsi della potenza è necessario riflettere, prendere provvedimenti, adottare comportamenti di contenimento.

Nell’antichità i greci vedono sia il re che lo straniero come fonte di un timore che tiene a distanza. Il re, ritenuto potente, va avvicinato con attenzione e cautela per non suscitare la sua collera. Il forestiero può essere depositario di un potere sconosciuto e quindi doppiamente pauroso e venir vissuto come un nemico. Può essere ucciso oppure può essere accolto amichevolmente nella comunità. In ogni caso la sua presenza non suscita indifferenza ma circospezione.

Tabù può essere un periodo dell’anno.

In Polinesia il tabù viene proclamato dall’araldo del Re con questi divieti:

  1. nessuno è autorizzato ad uscire di casa
  2. nessun cane deve abbaiare
  3. nessun gallo deve cantare
  4. nessun maiale deve grugnire
  5. dormite fino a quando non è passato il tabù.

Se vogliamo vedere il Coronavirus come un tabù che tocca i nostri timori ancestrali dobbiamo riconoscergli una potenza talmente distruttiva da far tremolare la nostra presuntuosa certezza di controllarlo.

Oggi il Coronavirus attacca una società narcisista, com’è quella odierna occidentale, in Italia e anche nel Friuli Venezia Giulia.

Una società, che in buona parte, si rispecchia nei social network, che ama il contatto e la valorizzazione dell’immagine idealizzata e mistificata di sè, che si vuol esaltare. L’individuo narcisista pretende la realizzazione egocentrica ed immediata dei propri bisogni ed è incapace di reggere la frustrazione.

Con la presenza del Coronavirus diventa tabù anche il contatto, la vicinanza fisica degli altri individui nella vita civile per il rischio di contagio. Il tabù Coronavirus incrementa i divieti che le autorità politiche e sanitarie ci impongono per tutelare il diritto alla salute. Purtroppo però questi divieti creano anche disgregazione in tutte quelle forze che tengono insieme la società: produttività, economia, istruzione, comunicazione, momenti di incontri sociali, di culto religioso, rituali collettivi e altro.

L’individuo, isolato, se vuole contrastare il contagio, deve fare leva su sentimenti di responsabilità, maturità morale e civile, accettazione del limite e revisione del proprio egocentrismo.

Paradossalmente nelle società arcaiche molti valori di autoconservazione, che coincidono con il rispetto del tabù, tengono. Portiamo come esempio una popolazione del Borneo, i Kajan. Presso di essi nè la donna incinta nè il marito possono toccare la cacciagione uccisa per tutta la durata della gravidanza; non solo, ma l’uomo deve astenersi dal battere i piedi.

Non importa il senso dell’azione, ciò che importa è la capacità dell’uomo di riconoscere la sua fragilità esistenziale rispetto al tabù sessuale. Così, di fronte allo scatenamento della potenza connessa alla riproduzione, può trovare un comportamento che funzioni da contromisura a favore della comunità. Naturalmente bisogna aderire ad una dimensione di fiducia totale nei capi.

Alla società arcaica basta uno stregone per ricevere guida e indicazioni in quanto il potere politico e quello religioso sono interconnessi.

Noi spesso non crediamo nè ai politici e neppure a quello che ci spiegano gli scienziati più accreditati. Forse siamo diventati homo sapiens sapiens, ma di una sapienza troppo narcisistica che spera ingenuamente nella propria individualità onnipotente e non accetta l’imprevedibilità della vita.

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