Zamberlani e Strumieri a Udine

Fazioni contrapposte nella rivolta del Giovedì Grasso

Savorgnan e gli Zamberlani a Udine
Savorgnan e gli Zamberlani a Udine nel 1511

Con l’occupazione del Friuli Patriarcale e di Udine da parte di Venezia (1420) le lotte di classe danno via via luogo a due fazioni: gli Zamberlani e gli Strumieri.

La guerra tra Venezia e l’Impero (Bellum Forojuliense), scoppiata all’alba del ‘500, accentua l’ostilità tra Zamberlani, sostenitori della causa veneziana e quindi Guelfi, appoggiati dalla borghesia cittadina e dai contadini, e Strumieri. Questi ultimi sono partigiani dell’Impero, quindi Ghibellini, e vengono rappresentati dalla nobiltà castellana locale, il cui potere è di tipo feudale-latifondista, spesso vessatorio verso i coltivatori delle loro terre.

A capo dei Zamberlani è la famiglia Savorgnan. Si tratta di una casata che già in passato aveva lottato contro l’Impero. All’inizio del ‘500 essa è caratterizzata da una solida ricchezza proveniente da numerosi feudi, ma anche da traffici mercantili, imprese manifatturiere e appalti pubblici. I nobili Savorgnan sono iscritti al Patriziato Veneziano e cercano di contrastare i poteri del Parlamento del Friuli. Esso è in mano alle casate nobiliari anticamente legate ai Patriarchi e imparentate con la Nobiltà Austriaca. I Savorgnan utilizzano contro i Feudatari Strumieri, capeggiati dai nobili Della Torre, la parte popolare di Udine e i ceti rurali.

Le discordie tra le due fazioni risalgono addirittura al XIV secolo ed alle lotte a favore o contro il Patriarca, a seconda se questi è filoaustriaco o filoveneziano.

Già Marquardo di Randeck (1365) aveva adottato una politica anti-veneziana. Alla sua morte era scoppiata una lotta tra Udine e Cividale per questioni commerciali, coinvolgendo famiglie nobili di entrambi le parti.

Il Patriarca Filippo D’Alençon (1381) si schierò con i Cividalesi innescando la rappresaglia degli Udinesi che lo costrinsero alle dimissioni. Il Patriarca Giovanni di Moravia (1387), accusato dell’assassinio di Federico Savorgnan (15 Febbraio 1389), campione degli udinesi e fedele alla Serenissima, pagò con la vita e fu a sua volta assassinato. Il Patriarca Antonio Pancera (1402) di Portogruaro si schierò, invece, dalla parte dei Savorgnan e di Venezia, irritando il Papa che lo destituì. Nel 1412, sotto il Patriarca Ludovico di Teck, il Re d’Ungheria contemporaneamente Imperatore dei Principi Tedeschi, occupò Udine e fece fuggire i Savorgnan. Ma nel 1420 Tristano Savorgnan, figlio di Federico, entrò ad Udine alla testa di un corteo, sventolando il vessillo di San Marco. In quegli anni Tristano Savorgnan contribuì a favorire la Repubblica Veneziana sia nel controllo delle vie di traffico verso il Nord, che passavano precedentemente anche per Gemona, sia nell’espansione sul territorio friulano.

Seguirono lotte di rivendicazione di interessi politici e di rancori personali tra le varie casate nobiliari friulane, sconvolte anche dalle Truppe Ungheresi, da quelle Carraresi e dalle soldatesche delle Leghe Aristocratiche e Cittadine.

La faida tra i nobili friulani, tramandata di generazione in generazione, e rinnovata da nuove imprese,  si conservò nei clan familiari fino ad arrivare allo schieramento contrapposto tra partito dei Zamberlani e partito degli Strumieri, protagonisti dei fatti di sangue del crudele Giovedì Grasso.

Dopo quanto ricordato, ritornando al clima precedente il famoso Giovedì Grasso di Udine, appare logico che i Della Torre e le altre famiglie Ghibelline sono da tempo contrarie ad accettare un ruolo subalterno rispetto alla ricca Aristocrazia Veneziana. Quest’ultima appare discutibile riguardo l’antichità del lignaggio e risulta impegnata in traffici e affari non sempre trasparenti. Per questo appare lontana sia da un economia basata sulla rendita del latifondo sia da un’etica cavalleresca feudale che guarda come modello al passato e all’Impero.

Nel contempo esistono tensioni tra le antiche dinastie feudali ed i lavoratori del latifondo che fanno emergere rivendicazioni contadine ed episodi di rivolta.

Il primo caso di lotta aperta contro una casa signorile è quella del 30 Luglio 1509. In quella data una banda di contadini s’impossessa del Castello di Sterpo, di proprietà dei Colloredo, che viene saccheggiato e distrutto. Nel Maggio dell’anno successivo, una delegazione di nobili, recatasi Venezia per protestare dei soprusi dei contadini, sulla strada del ritorno a Malazumpicchia viene aggredita da 200 villici armati di tutto punto. Questi costringono la delegazione a riparare parte dentro il Castello di Valvassone e parte verso Udine. Tra i personaggi minacciati e messi in fuga ci sono Alvise Della Torre, Enrico Valentini, Francesco Pavore, Giovanni Zucco e poi i Colloredo e molti altri.

Anche se l’imboscata di Malazumpicchia si conclude senza spargimento di sangue, l’episodio costituisce un preoccupante antecedente perché viene organizzato a pochi giorni di distanza dalla solenne promessa del Governo Veneziano di domare la turbolenza contadina.

I feudatari, a questo punto, si ritengono ridicolizzati, danneggiati e sono intenzionati a riscattarsi per non perdere prestigio e potere.

E siamo ormai giunti in prossimità di quel Giovedì Grasso o “Crudel Zobia Grassa” del 1511, che viene considerato la miccia per la più importante Rivolta Contadina del Rinascimento.