All’indomani di Caporetto: testimonianze dal Friuli

Caporetto testimonianze dal Friuli
Caporetto testimonianze dal Friuli

Dopo la sconfitta di Caporetto, tutto l’esercito in rotta, nella zona compresa tra la Carnia e Gorizia, sembra confluire lungo le vie che conducono al Tagliamento. La folla è enorme perchè vengono ammassati i soldati, con i loro carriaggi, assieme ai civili con le loro masserizie. Piove, c’è fango ovunque e si assiste a scene strazianti: le famiglie si spezzano, i figli perdono i genitori, bambini piccolissimi vengono raccolti da civili o da soldati impietositi. Tutti scappano. Gli animali vengono abbandonati, i cavalli ed i muli, tanto utili all’esercito, vagano senza cibo.

È significativa la testimonianza di un grande scrittore friulano: Carlo Sgorlon.

Sgorlon ricorda la fuga del nonno e della propria madre ancora bambina: “mia madre e i suoi se ne andarono sotto una pioggia battente, insinuante, irresistibile, che nessuno di coloro che vissero la rotta di Caporetto avrebbero mai più dimenticato per tutta la vita. Le strade pantanose erano percorse da povera gente che conosceva soltanto la prima tappa della propria fuga. Tutto il resto era nascosto nel tascapane misterioso del destino”.

Carlo Emilio Gadda, scrittore e poeta, tenente degli alpini, riceve il 24 Ottobre di sera l’ordine della ritirata. Scrive nel suo diario che si sente “fulminato” all’idea di abbandonare il Monte Nero… “questa mitica rupe, costata tanto, e presso di lei il Wrata, il Virsic, lasciare, ritirarsi dopo due anni di sangue…”.

Emilio Gadda ed i suoi soldati prendono la strada verso l’Isonzo. Durante il percorso il poeta si rattrista nel vedere centinaia di muli abbandonati … “cari compagni di pericoli e disagi per l’artiglieria da montagna e le compagnie mitragliatrici alpine … un nuovo e doloroso colpo per me”.

Sull’Isonzo Emilio Gadda ed i suoi vengono fatti prigionieri dai Tedeschi. Il tenente poeta viene deportato in campo di concentramento in Germania per rientrare in patria solo nel 1919.

Anche i profughi civili vengono allontanati dalle linee del fuoco e smistati in molte località italiane, lontani da casa, dove si sentono intrusi, spinti ad elemosinare il pane.

Una donna di San Pietro al Natisone (Cividale), finita di li a poco in un paesino della Sicilia, scrive “ci guardano male a noi e noialtri non potiamo più sopportare… siamo come i zingari”.

La situazione è critica anche al di là del Piave, sopratutto in prossimità del fiume. Un altro grande della letteratura del ‘900, Ardengo Soffici, letterato e pittore, ufficiale e testimone delle operazioni militari, scrive che i profughi, appena passato il Piave, si irradiano frastornati…” chi ha potuto salvare una vacca, un asino, un porco, se lo conduce in compagnia come un membro della famiglia; quasi tutti tragon con se qualche cosa, una cesta, un carretto ricolmo …”

Ma c’è anche chi, dopo Caporetto rientrerà. È il caso dei profughi friulani, mandati nelle terre Austro-Ungariche, che vedono aprirsi una prospettiva di ritorno in Italia. Il Parlamento di Vienna si sta occupando di questo spinoso problema sollecitando il rimpatrio. Il “Comitato Profughi Italiano”, con sede a Vienna, di cui fanno parte i nostri parlamentari dell’epoca, ha lo scopo di agevolare il rientro di molti connazionali. Alcide de Gasperi si occupa della zona trentina, Luigi Faidutti e Giuseppe Bugatto si occupano di quella friulana.

Prima che la valanga Caporetto devasti il Friuli e l’Alto Veneto, lasciando la gente in balia degli invasori, la maggior parte delle autorità civili lasciano le loro sedi e scappano, addirittura prima dell’esercito. A restare sono i Preti. Nella Diocesi di Udine sono 600 (cioè quasi la totalità) i sacerdoti che decidono di restare per essere d’aiuto ai parrocchiani. Don Feliciano Marini, originario di Foligno trasferito a Cigolis, un paesino vicino a Caporetto, apprende che il direttore dell’ospedale da campo il 24 Ottobre smobilita tutto. Al prete viene dato l’incarico di accompagnare i pazienti nell’ospedale di Cividale. È lui che annota “la sera stessa vengono caricati i più gravi, alla meglio, su una carretta e verso mezzogiorno, dopo un viaggio quanto mai difficoltoso si giunge a destinazione… i 12 chilometri che ci dividono da Cividale debbono essere percorsi in più di 5 ore…”.

Non dimentichiamo che a Cividale resta Don Valentino Liva che nei suoi diari racconta gli avvenimenti dell’occupazione e della liberazione. Don Liva  resterà un personaggio caro ai cividalesi e un indimenticabile figura protettiva per l’importante ruolo di mediatore tra i militari imperiali e la popolazione inerme.