Dentro il Duomo di Cividale, il 6 gennaio, un diacono sale la scalinata del presbiterio con un elmo piumato in testa. Nella destra tiene una spada di 109 centimetri. Nella sinistra l'Evangeliario. Arrivato in cima si volta verso i fedeli e vibra tre colpi in aria.
Lo stesso giorno, più a nord, il sindaco di Gemona attraversa via Bini in corteo, preceduto da un paggio che porta su un cuscino una moneta d'argento austriaca. Busserà alla porta del Duomo, e all'offertorio salirà all'altare a consegnarla all'arciprete.
La sera prima, sulle colline, sono arse le cataste di legna che qui si chiamano pignarûi.
Tre gesti, una data sola. Le linee più nette sulla mappa sono quelle che sul terreno tengono di meno, e il Friuli lo mostra con una precisione quasi didattica. Il manuale lo descrive come il punto in cui si toccano il mondo latino, quello germanico e quello slavo. Quel giorno, però, le tre eredità stanno dentro lo stesso rito, mescolate al punto che per separarle bisogna guardare gli oggetti uno per uno.
A Cividale, una spada tedesca in mano a un diacono
La Messa dello Spadone si celebra ogni Epifania nella Basilica di Santa Maria Assunta. La liturgia procede in rito romano fino all'Epistola, che viene cantata in antica melodia aquileiese; il Vangelo segue le modulazioni del rito patriarchino. Fin qui, Aquileia.
Poi ci sono gli oggetti, e gli oggetti dichiarano un'altra provenienza. Lo spadone è uno stocco con lama di foggia tedesca, databile alla metà del Quattrocento; sulla guardia dell'elsa è incisa l'iscrizione con il nome di Marquardo von Randeck e la data del 6 luglio 1366. L'elmo ha foggia cinquecentesca, cartone rivestito di cuoio, un dragone per cimiero e piume rosse, bianche, gialle e azzurre: quello che si vede oggi è una riproduzione, perché l'originale è andato perso nel Settecento. L'Evangeliario è un codice del Quattrocento, adoperato solo per questa messa, ricopiato da un testo più antico dal presbitero Valeriano de Albaecclesia nel 1433.
Anche la cerimonia arriva da fuori, ed è l'unica cosa di cui non esista una prova ferma. Nel mondo germanico tardomedievale si chiamava Schwertmesse, messa della spada, e la prima documentata fu celebrata a Basilea nel 1347; da lì passò in Francia e in Germania. La tesi più accreditata la fa portare in Friuli da Marquardo von Randeck, patriarca di Aquileia, che entrò a Cividale nel 1366 e celebrò la prima Messa dello Spadone il 6 luglio di quell'anno. Alcuni studiosi risalgono però più indietro, a Gregorio di Montelongo, patriarca fra il 1251 e il 1269, che nel 1252 consacrò a Dio le bandiere tolte al nemico. Documentazione sicura sull'origine del rito non ce n'è.
Quel che il rito dice senza commento è il resto: il patriarca deteneva insieme il potere spirituale e quello temporale di un territorio vasto, e la scena lo mostra in un gesto solo. La spada nella destra, il libro nella sinistra.
Dal 1984, finita la messa, oltre duecento figuranti rievocano l'entrata del patriarca in città. Il corteo parte dalla storica Porta di Ponte, passa il Ponte del Diavolo e raggiunge piazza Duomo, dove l'araldo legge il decreto che attribuisce a Marquardo il potere temporale.
A Gemona, un tallero asburgico in una liturgia aquileiese
Nell'altra città gli stessi due poteri si incontrano con un oggetto al posto di un gesto. Il corteo storico prende il sindaco a Palazzo Boton e lo accompagna lungo via Bini fino al Duomo di Santa Maria Assunta, con i tamburi a cadenzare il passo di dame, cavalieri, armigeri e popolani. All'ingresso il sindaco bussa, e il diacono lo accoglie.
All'offertorio sale all'altare e consegna all'arciprete un tallero d'argento di Maria Teresa d'Austria, coniato nel 1780. La Messa del Tallero è letta come offerta della comunità, riconosciuta nella sua indivisibilità, e come segno di concordia fra potere temporale e potere spirituale, non come atto di vassallaggio.
Poi un concelebrante scende dall'altare e incensa il sindaco prima di tutti gli altri: un gesto di origine bizantina, unico nella liturgia occidentale. La messa si svolge in latino e in friulano. Il Vangelo è cantato nella melodia aquileiese secondo il rito patriarchino, il Credo si recita secondo l'antica tradizione di Aquileia, la celebrazione prosegue con la Berakhà, una delle più antiche benedizioni bibliche, e con una litania di origine antiochea. Allo scambio della pace al sindaco viene recata l'Incoronazione della Vergine, oreficeria della prima metà del Quattrocento attribuita all'udinese Nicolò Lionello, per un bacio simbolico.
Si conti quel che sta in una sola funzione: una moneta austriaca, un canto aquileiese, una lingua romanza minoritaria, un'incensazione che viene dall'Oriente, una benedizione ebraica e un'oreficeria quattrocentesca. Sono entrate nel rito una per volta, nell'arco di secoli, e nessuna è stata messa lì per fare colore locale.
La prima testimonianza scritta sta nell'Archivio di Stato di Udine ed è modesta e precisa. Il notaio Gio Maria Rossi, attivo a Gemona a metà Settecento, annota che almeno dal 1760 i quattro Provveditori della città, il giorno dell'Epifania, «venivano incensati doppo che si portarono all'altare al baccio della pace ed a fare offerta al reverendissimo signor arciprete». Il rito, quindi, è più antico della moneta che oggi lo rappresenta: prima del tallero dovevano passare di mano monete patriarchine, veronesi, veneziane o carinziane.
C'è anche un indizio scolpito. Sulla facciata del Duomo di Gemona stanno le statue dei Magi che portano doni, opera del maestro Giovanni Griglio, datate 1327. Pare probabile che l'offerta del sindaco all'arciprete rifaccia, secoli dopo, proprio quel gesto.
Sulle colline, un rito che non chiede una chiesa
Fra il 5 e il 6 gennaio la stessa data si celebra all'aperto. Il pignarûl è una catasta: una pertica centrale, lo stollo, attorno a cui si accumulano legna, fieno, stoppie e materiale di scarto della pulizia dei campi. A costruirla sono i pignarulârs, di solito i giovani del paese. In cima va una croce, oppure un fantoccio: la vecje, la strie, la femenate. L'anno vecchio.
Il nome cambia di valle in valle, ed è la mappa linguistica in miniatura: pignarûl nell'Udinese, pan e vin verso Pordenone, capan nella pedemontana occidentale, e ancora foghera, fogaron, fugarizze e boreon. A Coia di Tarcento il rito prende forma quasi teatrale: al calare del buio una fiaccolata sale la collina guidata dal Vecchio Venerando, e l'accensione del pignarûl apre il giudizio sull'anno appena cominciato, che si legge nel fumo.
Qui non c'è niente che venga da una corte tedesca o da una cattedrale. C'è un calendario agricolo che usa la data cristiana come segnaposto e va per conto suo, e una divinazione che nessuna liturgia ha mai adottato.
I nomi dicono quello che i confini nascondono
L'incastro non finisce con l'Epifania: prosegue in carnevale, e si fa più netto.
Nelle Valli del Natisone, dove si è stanziata la popolazione slava della Slavia Veneta, il carnevale porta un nome sloveno: Pust. A Montefosca, la frazione più remota e isolata di Pulfero, nell'alta val Natisone, corrono i blumari: giacca e pantaloni bianchi, calzettoni di lana, tre campanacci legati sulla schiena con un intricato nodo di corde, in mano l'alpenstock su cui saltano quando compiono i gesti rituali. In testa portano un cappello di paglia da cui si alza uno stelo con altri steli a cascata, ornati di carta crespa colorata: un albero fiorito, in pieno inverno.
Il nome blumari deriverebbe da Blume, fiore in tedesco. Una parola germanica, per una maschera di una valle slovena, dentro un comune italiano. Tre confini in una parola sola, e nessuno dei tre coincide con quello disegnato sulla carta.
Il gruppo è rigorosamente dispari. I giri attorno alle borgate di Paceida e Montefosca sono tanti quanti i corridori: sette blumari, sette giri. Si corre sulle mulattiere che collegavano i borghi quando la strada non c'era, oggi su asfalto, sterrato e, secondo l'annata, neve e ghiaccio. La prova è una sola, e il giudice è l'abito: chi cade si sporca, e il bianco lo dice a tutti. La tradizione riservava la corsa ai giovani non sposati, e arrivare in fondo con la veste candida segnava il passaggio a un'età adulta riconosciuta dalla comunità; oggi lo spopolamento ha unito le forze e corrono tutti, bambini, ragazzi e adulti.
Poco più a nord, in Val Resia, le te lipe bile maškire portano cappelli con più di cento fiori di carta crespa. Il carnevale di Sappada si chiama Plodar Vosenòcht. E il 5 dicembre, in Val Canale, scendono dal versante austriaco i Krampus di Tarvisio, che con il carnevale non hanno nulla da spartire e con lo stesso mondo alpino tutto.
Lo stesso giorno, altrove in Italia
Il 6 gennaio, in Friuli-Venezia Giulia, si celebrano due riti caratteristici e unici: lo Spadone a Cividale e il Tallero a Gemona. La Messa del Tallero, in particolare, è considerata unica nel panorama liturgico occidentale.
Dove finisca l'eccezione e cominci la regola lo dice il confronto con il resto del paese. La pagina dedicata all'Epifania nelle tradizioni italiane mette in fila quello che il 6 gennaio significa altrove: le origini, i riti regione per regione, la calza, le filastrocche e i dolci della ricorrenza.
Arrivarci
Le due messe cadono nello stesso giorno, i falò la sera prima: in una sola giornata ci stanno una messa e un pignarûl, non tutte e tre le cose.
In treno. La stazione di Cividale del Friuli dista 1,2 chilometri dai luoghi della manifestazione; quella di Gemona del Friuli 1,2 chilometri dal centro.
In auto. Per Gemona si esce al casello di Osoppo-Gemona: 5,7 chilometri, sette minuti. Per Cividale si esce allo svincolo Udine-Via Martignacco, e restano 19 chilometri, circa 24 minuti.
La sera prima. I pignarûi si accendono fra il 5 e il 6 gennaio. Quello di Coia di Tarcento è fra i più strutturati, con la fiaccolata che sale al colle; si raggiunge per strade collinari, con il fondo che a gennaio può essere ghiacciato.
Prima di partire. Gli orari delle due liturgie, l'accesso ai duomi e la conferma dei falò cambiano di anno in anno e si chiedono a chi organizza: a Gemona la regia della rievocazione è della Pro Loco Pro Glemona, per i pignarûi valgono le Pro Loco dei singoli paesi. Vale anche per i carnevali delle valli, che seguono calendari mobili.
Chi ha una sola giornata scelga una messa e tenga la sera per i fuochi. Chi ne ha due, aggiunga una valle. È lì che i confini smettono di somigliare a quelli della carta.

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