Diga del Vajont – disastro del 9 ottobre 1963

9 ottobre 1963
9 ottobre 1963 - Diga del Vajont

Nella provincia di Belluno, tra le valli di Erto e Casso e di fronte a Longarone scorre un fiume che sfocia poi nel Piave, si chiama Vajont, prima della sera del 9 ottobre 1963 era sconosciuto a molti nel resto d’Italia, ma purtroppo dopo quella maledetta notte tutti lo conoscono per la sua diga e per la strage.

Si può parlare di un disastro annunciato, perché la storia non parte da quella notte, ma dall’inizio dei lavori di quella maledetta diga sono iniziati problemi. Già dal 1900 sotto richiesta di Gustavo Protti iniziavano gli studi per sfruttare la forza dell’acqua di quella valle che per la sua conformazione era tra le più comode per sfruttarne le proprietà di incanalamento e produzione energia.

Sotto questo progetto nasce la prima diga del Vajont alta circa otto metri. Nel 1925 si cominciò a pensare che il Vajont si poteva sfruttare maggiormente per produrre energia idroelettrica, nasce così il progetto della Grande diga, con la consulenza di un’ ingegnere svizzero di nome Hug, ma l’elaborato viene presentato dalla Società Elettrica Veneta, quest’opera dal primo progetto doveva essere di 130 metri.

Nel 1934 la SADE Società Adriatica di elettricità assorbe quella Veneta e si impossessa anche del progetto della diga, che viene controllato anche dal geologo Semenza, il progetto cambia ancora, ora l’altezza che viene ideata è di 180 metri, quindi anche maggiore è l’idea della portata del bacino.

Nonostante tutti gli studi, i progetti, i sopralluoghi sin dall’inizio dei lavori molti sono i problemi che si trovano davanti i costruttori, il primo, dopo quelli di rivolte popolari che non volevano sia per colpa degli espropri che per la paura che qualcosa andasse storto, era sicuramente la consistenza delle rocce, infatti sembravano molto diverse da quelle ipotizzate, ma era troppo tardi, ormai si doveva finire quella diga, troppi investimenti e interessi in ballo.

Nel 1959 oltre ai geologi Diaz e Caloi che erano già presenti ed avevano già fatto i loro sopralluoghi, si aggiunge anche Leopold Muller, geologo austriaco che insieme ai colleghi ha redatto un suo studio sulle rocce della zona.

Ma nel 1960 arriva il primo campanello d’allarme, una frana, di dimensioni ridotte rispetto a quella che ancora doveva arrivare, che però fa paura a tutti gli abitanti, nonostante siano tutti contadini e quindi poco ferrati in geologia capiscono che la situazione non è proprio rose e fiori come descrivono i padroni del progetto, stranamente però i permessi di proseguire ci sono ed i lavori proseguono senza sosta. Sette giorni prima della frana del 1960 la Società elettrica aveva attuato il primo riempimento fino a 600 metri, e senza aspettare l’autorizzazione era iniziato il lavoro.

Il 4 novembre si stacca una parte della valle di fronte a Longarone sul monte Toc ( un nome che sembra quasi un presagio di cosa accadrà), si forma una specie di M dalla frana, il destino che Muller aveva tra le righe già dichiarato. Nessun danno alla popolazione, si procede con i lavori.

Nel frattempo la SADE richiede in segreto ulteriori studi, viene fatta anche in laboratorio una ricostruzione in scala della diga, provando a riempirla di acqua, i risultati non sono attendibili perché non viene mai fatto uno studio sul pieno invaso e su una portata massima della possibile frana, e tutto viene un po’ affossato.

Viene nel 1961 in fretta e furia preparata anche una via di fuga per l’acqua, che in caso di innalzamento dei livelli del bacino aiutava a far defluire e quindi per i progettisti era la soluzione per evitare inondazioni, subito dopo la società elettrica annuncia che ci si innalza con la diga fino a quota 660 metri ed i lavori procedono spediti.

Il 31 ottobre 1961 muore l’ingenere Carlo Semenza, che viene sostituito da Alberico Biadene. A dicembre una nuova richiesta di innalzamento, in pochi giorni si arriva fino a 690 metri, perché secondo gli studi la situazione era positiva e non si notavano smottamenti.

Ma all’inizio del 1962 i movimenti della terra si notano ad occhio nudo, i cittadini ancora in vita raccontano di rumori assordanti dalla montagna, quindi i tecnici decidono di abbassare il livello dell’acqua fino a 650 metri e dichiarano che non si rilevano più movimenti del terreno.

Nasce la società elettrica italiana ENEL che prende possesso dell’invaso, e l’11 aprile del 1963 Alberigo Biadene fa iniziare il terzo ed ultimo invaso, si vuole arrivare sino a quota 715 metri. Alle 22,39 il 9 ottobre 1963 un’enorme frana lunga quasi due chilometri scende nel Vajont, da dove un muro di acqua salta fuori dalla diga, è tragedia, città completamente inghiottite e più di 2000 vittime. Un muro d’acqua alto circa 250 metri, diviso in tre onde, la prima colpisce Longarone, poi un’altra distrugge Casso ed infine l’ultima i comuni limitrofi ad Erto.

Il sito di riferimento è www.vajont50.it

Qui invece il video : Vajont – La costruzione della diga e il disastro del 9 ottobre 1963

È stato stimato che l’onda d’urto dovuta allo spostamento d’aria fosse di intensità eguale, se non addirittura superiore, a quella generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima.