Scendere nella miniera di Cludinico significa fare un passo fuori dal tempo. La luce scompare in pochi metri, la temperatura si stabilizza attorno ai 15 gradi indipendentemente dalla stagione, l'aria profuma di terra umida e roccia antica. E poi, seguendo la guida nel buio rotto dai fasci delle torce sui caschi, cominciano ad apparire: le vene di carbone nelle pareti, nere e lucide come se le avessero posate ieri. I binari ancora al loro posto. I segni lasciati dagli strumenti dei minatori sulla roccia.
Siamo in Val Degano, nella frazione di Cludinico del comune di Ovaro, a 720 metri di quota tra le montagne della Carnia. Qui, sotto questa piccola borgata circondata dai boschi, per oltre un secolo uomini provenienti da tutta Italia e dai paesi confinanti hanno estratto carbone da una rete di gallerie che ha raggiunto i 150 chilometri di sviluppo. Oggi quella rete è silenziosa, ma non dimenticata: parte di essa è stata recuperata come geosito di rilevanza regionale, inserita nel Geoparco delle Alpi Carniche e aperta ai visitatori grazie alla tenacia di volontari e associazioni locali.
Il carbone sotto le Alpi: come si forma, dove si trova
Prima di parlare di picconi e dinamite, vale la pena capire perché il carbone si trovasse proprio qui, in una valle alpina del Friuli. La risposta è geologica e affascinante.
Le rocce che custodiscono il giacimento di Cludinico appartengono al Triassico superiore (periodo Carnico, circa 225-215 milioni di anni fa) e testimoniano un ambiente di formazione a laguna bassa, periodicamente emersa. Durante le fasi di emersione si depositava materiale organico vegetale, successivamente carbonizzato; nelle fasi di immersione si accumulavano invece sedimenti marini di bassa profondità. Il risultato sono le cosiddette lenti di carbone, strati di litantrace magro antracitoso con spessori variabili da pochi centimetri fino a oltre un metro e mezzo, intrappolati nella roccia come pagine pressate in un libro antico.
Il carbone, dislocato a ferro di cavallo dalle Alpi Orientali fino all'Istria, trova in Friuli Venezia Giulia i maggiori giacimenti nel sottosuolo di Cludinico. Non è un caso isolato in un territorio sterile: è la testimonianza di un'intera era geologica impressa nella montagna.
Le origini dell'attività estrattiva: dall'Ottocento all'autarchia fascista
Con la dicitura "miniera di Cludinico" vengono raggruppati una serie di siti minerari: le miniere del Rio Malon, del Rio Furioso, di Creta d'Oro e della Conca Vareton. Ognuna ha la sua storia, ma è la galleria di Creta d'Oro — la più grande e produttiva — quella che oggi si visita e che ha dato il titolo al volume di riferimento sulla storia del sito.
L'attività estrattiva, iniziata ai primi dell'Ottocento, si sviluppò con alterne fortune. Una prima miniera aprì, chiuse, riaprì tra il 1873 e il 1876, poi venne nuovamente abbandonata agli inizi del Novecento. Il sito sembrava destinato all'oblio quando arrivò la svolta politica che ne cambiò il destino.
Nel novembre 1935, in seguito all'occupazione italiana dell'Etiopia e alle sanzioni economiche della Società delle Nazioni, l'Italia si affidò a una politica autarchica. L'Azienda Carboni Italiani (A.Ca.I.) fu incaricata di effettuare nuove ricerche nelle miniere di carbone italiane, che nel 1938 portarono alla ripresa dell'attività nell'area di Creta d'Oro di Cludinico. L'autarchia fascista aveva bisogno di energia domestica, e le montagne della Carnia tornarono improvvisamente preziose.
Il villaggio minerario: 1.600 persone sotto la montagna
Il periodo di massima produzione trasformò radicalmente la faccia di Cludinico. All'apice della sua attività vennero impiegate oltre 1.500 unità provenienti da tutta Italia, che si servirono di ben 150 km di gallerie, 25 delle quali provviste di carrelli e vagoni. La frazione di Cludinico si trasformò per molti anni in un villaggio minerario, completo di dormitori, mensa e impianti vari.
Era un mondo autosufficiente e chiuso: attorno alle imboccature delle gallerie erano sorti dormitori per i lavoratori fuori regione, uno spaccio aziendale, un'infermeria, officine per i fabbri e i falegnami, alloggi per ingegneri e tecnici. Tutta la comunità era coinvolta nell'economia della miniera: oltre agli operai e alle loro famiglie si annoveravano ingegneri, tecnici, fabbri, elettricisti. Il ritmo della borgata era scandito dai turni di lavoro, dalle sirene, dall'odore pungente del carburo delle lampade che i minatori portavano con sé nel buio.
La produzione raggiunse il suo picco nel 1947. Nel periodo bellico, dopo l'8 settembre 1943, la miniera rimase sotto la gestione dell'A.Ca.I. ma finì sotto il controllo tedesco, producendo 3.000-4.000 tonnellate mensili di carbone.
La tragedia del maggio 1945
La guerra portò a Cludinico anche il dolore più brutale. Tra il 1 e il 2 maggio 1945, Ovaro fu vittima di una delle peggiori pagine della guerra in Carnia: per rappresaglia in seguito a un attacco partigiano al locale presidio, le truppe cosacche inquadrate nell'esercito nazista in ritirata uccisero 22 civili, tra cui alcuni minatori e il direttore della miniera Rinaldo Cioni. Una strage che la memoria locale porta ancora con sé, e che vale ricordare quando si scende in quelle gallerie: non sono solo un reperto industriale, ma il luogo di vita e talvolta di morte di persone reali.
La chiusura e il recupero
La riduzione del combustibile, gli elevati costi di estrazione e di trasporto misero fine a ogni attività nel 1957, con lo smantellamento e il recupero di tutti gli impianti. Nel 1956, quando la miniera fu chiusa, il paese si svuotò rapidamente. Il villaggio minerario perse la sua ragione di essere nel giro di pochi anni: i dormitori si svuotarono, la mensa chiuse, gli operai se ne andarono. In totale vennero prodotte circa 365.000 tonnellate di carbone su una superficie di 410.000 m².
Per decenni le gallerie rimasero abbandonate. Poi, grazie a contributi regionali, fu dapprima ripristinata e messa in sicurezza parte (oltre un chilometro) della galleria di Creta d'Oro per consentire l'accesso guidato ai visitatori; quindi, con un finanziamento europeo, fu ristrutturato il magazzino del villaggio per farne sede museale. Il Museo della Ex Miniera di Carbone di Cludinico fu inaugurato il 6 dicembre 2008 e nel luglio 2024 ha ricevuto un nuovo allestimento curato dal Geoparco delle Alpi Carniche.
Cosa si vede e come si visita
L'esperienza di Cludinico si articola in due momenti distinti e complementari.
Il Museo — situato nel vecchio magazzino del villaggio minerario, all'ingresso della frazione, è il punto di partenza obbligatorio. Espone una raccolta di materiali che presenta la vita quotidiana dei minatori, la struttura geologica della zona, lo sviluppo della miniera negli anni, l'organizzazione del lavoro e il rapporto tra l'azienda e il territorio. La maggior parte dei reperti è stata donata direttamente da ex minatori o dai loro discendenti — tra le donazioni più importanti quella di Rinaldo Raber, a lungo nell'Ufficio Tecnico dell'A.Ca.I., e del fotografo Luigi Gardel.
La visita in galleria — Una guida speleologica conduce il visitatore attraverso più di 2 km di gallerie, illuminate per la gran parte solo dalla torcia sul caschetto. In circa 2 ore si scoprono i processi estrattivi, le vene carbonifere e l'antico mestiere del minatore. Tra le curiosità: le comunicazioni in codice che i minatori si scambiavano battendo sui binari, gli antichi candelotti di dinamite, la possibilità di portarsi a casa un pezzetto di carbone trovato nelle gallerie. E poi la Rosa della miniera, una concrezione calcarea di rara bellezza.
La visita è adatta anche ai bambini a partire dai 5 anni, e le gallerie non sono angusti cunicoli: l'altezza media è di circa 2 metri, i percorsi sono mantenuti in ordine. La temperatura interna stabile di 15 gradi consiglia un maglioncino anche in piena estate; gli scarponi sono indispensabili per le frequenti pozze d'acqua sul suolo.
Informazioni pratiche e come arrivare
La miniera è visitabile solo se accompagnati da personale qualificato e dalla primavera all'autunno. La prenotazione è obbligatoria.
Per orari, calendari delle visite guidate e prenotazioni contattare:
Geoparco delle Alpi Carniche Tel. 0433 487779 / 0433 487727 Email: [email protected]
Comune di Ovaro Tel. 0433 68025
Per gli orari aggiornati del Museo e il calendario delle escursioni in galleria consultare il sito ufficiale del Geoparco: www.geoparcoalpicarniche.org
In auto da Udine: autostrada A23, uscita Carnia, poi SS52 verso Tolmezzo e SR355 della Val Degano in direzione Villa Santina-Ovaro. Entrati nel comune di Ovaro, superato il bivio per Muina, imboccare a destra (per chi proviene da Tolmezzo) il bivio per Cludinico e salire per circa 3 km di tornanti. Il museo-InfoPoint si trova all'inizio del paese, secondo fabbricato a sinistra.
Risalire dalle gallerie di Cludinico dopo due ore sottoterra è una sensazione strana: la luce colpisce gli occhi, l'aria tiepida della Val Degano odora diversamente rispetto a prima. E quasi involontariamente si guarda in su, verso la montagna che si è appena attraversata dall'interno. Là dentro, per quasi un secolo, c'era una comunità intera che viveva, lavorava, costruiva famiglie. Il carbone di Creta d'Oro non era solo energia: era l'asse portante di un'economia montana che oggi non esiste più. La miniera di Cludinico è uno dei pochi luoghi della Carnia dove quel mondo si può ancora toccare con mano.
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