C'è un angolo tranquillo dietro la chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo in piazza dell'Unità a Tarvisio che quasi nessun turista nota. Eppure vale fermarsi. Addossate alle mura dell'antico cimitero della chiesa fortificata, tre cippi in pietra fissano il visitatore con la loro silenziosa insistenza: iscrizioni latine consumate dal tempo, qualche rilievo scolpito ancora leggibile, le formule funerarie dei primi secoli dell'era cristiana. Sono le lapidi romane di Tarvisio, e sono la traccia più visibile di un capitolo di storia che questa valle conosce bene — anche se spesso dimentica di raccontarlo.
Perché i romani arrivarono fin qui, nell'angolo più nordorientale di quella che oggi è l'Italia, non per caso. Arrivarono per necessità strategica, commerciale e militare. E lasciarono, oltre alle pietre, nomi che ancora oggi abitano la topografia di questi luoghi.
La via Iulia Augusta: da Aquileia al Norico attraverso la Val Canale
Per capire le lapidi bisogna capire la strada. La Val Canale esce dalle nebbie della storia con l'arrivo dei romani. La romana Larix era una statio del tracciato laterale della via Iulia Augusta che correva lungo l'asse del fiume Fella, partendo da Aquileia, passando per Ospedaletto (Gemona del Friuli), Larix (Camporosso) e Santicum (Villach), per arrivare a Virunum (Zollfeld), capoluogo del Norico.
La strada superava il torrente Pontebbana raggiungendo la sella di Camporosso, dove con ogni probabilità era situata la Statio Bilachiniensis, stazione doganale di ingresso nel Norico, citata in un'epigrafe rinvenuta nel 1910.
La via Iulia Augusta non era una semplice strada commerciale. Era l'asse portante della proiezione di Roma verso il mondo danubiano: il percorso era costellato di strutture per la sosta (mansiones), posti di cambio dei cavalli (mutationes) e stazioni doganali (stationes) che segnavano il passaggio dal territorio italico alla grande circoscrizione doganale dell'Illirico (Publicum Portorium Illyrici), istituita intorno al 10 d.C. e estesa verso la metà del II secolo d.C. a tutte le regioni delle Alpi orientali, dell'arco adriatico e del basso corso del Danubio.
Camporosso: la Statio Bilachiniensis allo spartiacque delle Alpi
Oggi Camporosso è una frazione di Tarvisio, una località sciistica con cabinovia verso il Monte Lussari. Duemila anni fa era un nodo cruciale dell'impero. La statio romana non era semplicemente un luogo dove effettuare il cambio dei cavalli per i funzionari statali, ma anche un posto di guardia a presidio della sicurezza della via. Tra il II e il III secolo d.C. divenne la stazione doganale meridionale della provincia del Norico, con la denominazione di Statio Bilachinium.
La posizione geografica era tutt'altro che casuale: Camporosso occupa la sella spartiacque che divide il bacino idrografico del fiume Fella (che scende verso l'Adriatico via Tagliamento) da quello del torrente Slizza (che confluisce nella Gail e poi nella Drava verso il Mar Nero). Controllare questa sella significava controllare uno dei passaggi alpini più frequentati dell'antichità. Chi passava, pagava. Chi non pagava, non passava.
Il sistema di controlli doganali prevedeva in territorio norico la statio Bilachinensis, e le numerose iscrizioni rinvenute gettano luce sull'organizzazione e sulla storia dell'antica stazione doganale. Tra i reperti più significativi, le iscrizioni legate al culto di Mitra — la divinità mistérica orientale particolarmente venerata tra doganieri, soldati e funzionari imperiali — testimoniano la presenza di una comunità strutturata e cosmopolita.
Le tre lapidi: chi erano Aquilinus, Vitalis e Mutilius Chrestus
Torniamo alle tre pietre dietro la chiesa di Tarvisio. Vengono tutte da Camporosso — dalla statio — e furono recuperate nel corso dei secoli, con le ultime tre emerse durante lavori nella cappella laterale sinistra nel 1943. Sono manufatti funerari, databili tra il II e il III secolo d.C., e ciascuna racconta una storia.
La lapide di Aquilinus — La lapide a sinistra, rinvenuta nel 1500, risale al 220 d.C. L'iscrizione recita: D(is) M(anibus) / Aquilini / Caes(aris) n(ostri servi) / an(norum) XXXXVI / Iulia Stra/tonice con/iugi pientissi/mo — cioè: "Agli dei Mani. Aquilino, servo del nostro imperatore, di 46 anni. Giulia Stratonice (fece il monumento) per il marito affettuosissimo." Aquilino era uno schiavo imperiale — categoria tutt'altro che umile nell'amministrazione romana: gli schiavi dell'imperatore gestivano spesso uffici doganali, tesorerie, archivi. Morì a 46 anni, e la moglie Giulia Stratonice — il suo nome greco suggerisce origini orientali — volle immortalarne la memoria.
La lapide di Vitalis — È la copia di una lastra voluta da Vitalis per sé e per la moglie, databile intorno al 180 d.C. L'iscrizione recita: Vitalis / Hilari f(ilius) v(ivus) f(ecit) s(ibi) et / Surae Lupponis / f(iliae) con(iugi) — cioè: "Vitale, figlio di Ilario, da vivo fece il monumento per sé e per la moglie Sura, figlia di Luppone." Una formula comune ma non priva di tenerezza: Vitale prepara la propria lapide mentre è ancora in vita, e vuole che il nome della moglie vi compaia accanto al suo.
Il cippo di Quintus Mutilius Chrestus — È il pezzo più elaborato e artisticamente significativo dei tre. È un cippo in pietra arenaria che Quintus Mutilius Crestus, ancora vivente, fece realizzare per sé, per la giovane moglie Fiorentina Secundina, la madre Mutilia Fortunata e la nipote Mutilia Crispina. La facciata laterale destra presenta una baccante in bassorilievo, nuda e saltellante con in mano un tirso; quella sinistra un'altra con in mano una nacchera. Le due figure danzanti — derivate dall'immaginario dionisiaco — sono decorate con una voluta ad arco che gli studiosi riconoscono come elemento tipico dell'area nordica: non un motivo italico, ma alpino-orientale. Un dettaglio che dice molto sulla circolazione culturale di questa frontiera.
Datato intorno al 190 d.C., il cippo di Mutilius Chrestus porta scolpito anche un piccolo busto a rilievo sopra l'iscrizione dedicatoria agli dei Mani. Un ritratto del committente, forse, o un'allegoria. La pietra non lo dice più con chiarezza, ma l'intenzione era chiarissima: restare.
Un contesto ancora più ricco: gli altri reperti della zona
Le tre lapidi della chiesa di Tarvisio sono la punta visibile di un patrimonio epigrafico molto più esteso. Testimonianza importante della romanità di Camporosso è la stele dedicata ad Avilia Leda, custodita nel cortile della stazione forestale di Camporosso, con l'iscrizione: "Agli Dei Mani in memoria di Avilia Leda, morta a 35 anni — Mutilio Fortunato ed Avilio Grato, alunni fecero."
Al Museo di Villach, in Austria, è conservato un sarcofago che racconta la storia di una bambina di nome Capra, morta a 5 anni, 11 mesi e 13 giorni. I genitori erano lo schiavo imperiale Ermiano, scrutator (controllore merci) della statio Bilachiniensis, e sua moglie Leontia. La precisione con cui i giorni di vita sono incisi nel marmo — 5 anni, 11 mesi e 13 giorni — dice tutto sull'amore di un padre per una figlia, in una stazione di dogana alle Alpi, duemila anni fa.
L'Antiquarium di Camporosso: dove vedere i reperti
Per chi vuole approfondire, la tappa obbligata è l'Antiquarium di Camporosso, ospitato nella sede dell'ex latteria in viottolo Florianca 1. Il museo espone i reperti più importanti rinvenuti nella zona: iscrizioni, materiali connessi al culto di Mitra (fibule, frammenti di lucerne, ceramiche, vetri), e documenti sulla storia della stazione doganale. Il progetto scientifico è dell'archeologo Paolo Casari, con la supervisione della Soprintendenza per i Beni Archeologici del FVG.
Per gli orari di apertura e le modalità di visita si consiglia di contattare il Comune di Tarvisio o l'Ufficio Turistico locale, poiché l'Antiquarium ha aperture stagionali.
Come arrivare e cosa vedere a Tarvisio
Le lapidi romane si trovano sul retro della chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, in Piazza dell'Unità 16 a Tarvisio, visitabili liberamente durante le ore diurne. La chiesa stessa merita una visita: eretta nel 1445 sul luogo di una precedente cappella dell'XI secolo, è circondata dal muro di difesa dell'antica rocca con quattro torri e un fossato costruiti al tempo delle invasioni turche. All'interno conserva affreschi cinquecenteschi, altari barocchi, sculture lignee e — per chi ha ancora la testa nei secoli romani — numerose altre lapidi di epoche successive, tra cui quella del Consigliere Joachim Schinigin del 1574, in marmo rosso, che non sfigurerebbe in un'antologia di arte funeraria alpina.
Tarvisio è raggiungibile dall'autostrada A23 (uscita Tarvisio) o dalla SS13 Pontebbana. La piazza dell'Unità è nel centro del paese, a pochi minuti a piedi dalla stazione ferroviaria e dai principali parcheggi.
Tre cippi di pietra arenaria addossati a un muro. Non un museo, non una teca protetta: solo la pietra, l'aria di montagna e le iscrizioni latine. Aquilino morto a 46 anni, servo dell'imperatore. Vitale che prepara la sua lapide da vivo, insieme a quella della moglie. Quintus Mutilius Chrestus che fa scolpire baccanti danzanti per sé e per la sua famiglia. Gente comune, in un posto di frontiera, lungo una strada che andava da Aquileia fino al cuore dell'Europa centrale. La Val Canale era già allora un luogo di transito e di incontro — e queste pietre lo ricordano meglio di qualsiasi libro.
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