Il Friuli non fu un teatro secondario della Seconda Guerra Mondiale. Fu una frontiera calda, contesa, occupata due volte in modi diversi — prima dai tedeschi, poi dai cosacchi — attraversata da formazioni partigiane in conflitto tra loro, segnata da stragi che ancora oggi non hanno finito di essere elaborate. Fu anche, per qualche mese dell'estate del 1944, il luogo in cui nacque la Repubblica partigiana della Carnia e dell'Alto Friuli: la più estesa zona libera d'Italia, con 90.000 abitanti e 46 comuni, un'esperienza di autogoverno democratico nel cuore dell'occupazione nazista.
Capire la Seconda Guerra Mondiale in Friuli significa capire una storia dentro la storia. Significa tenere insieme l'occupazione tedesca, la presenza cosacca, la resistenza plurale e divisa, la violenza sui civili, e la complessità di una regione che si trovava, ancora una volta, a fare da cerniera tra mondi in collisione.
Il 10 giugno 1940 e l'ingresso in guerra
Il Friuli entrò nel conflitto il 10 giugno 1940, con la dichiarazione di guerra di Mussolini a Francia e Gran Bretagna. I disagi arrivarono subito: razionamenti, restrizioni, partenze per i fronti. Il picco delle difficoltà si raggiunse nell'inverno 1942-1943, quando la regione fu sottoposta ai primi bombardamenti aerei alleati.
Era però ancora una guerra vissuta da lontano, combattuta altrove. L'8 settembre 1943 cambiò tutto.
L'Adriatisches Küstenland: il Friuli annesso al Reich
Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la dissoluzione dell'esercito italiano, la Germania nazista prese il controllo diretto del nord Italia. Per il Friuli e le province orientali, questo significò qualcosa di più radicale rispetto al resto della penisola: non una semplice occupazione militare, ma un'incorporazione amministrativa de facto nel Reich.
Nacque così l'Operationszone Adriatisches Küstenland (OZAK), la Zona di Operazioni del Litorale Adriatico. Dal settembre 1943 la regione era divenuta parte dell'Adriatisches Küstenland, una zona di operazioni comprendente il Friuli Venezia Giulia, l'Istria, il Quarnaro e parte della Slovenia. Le province di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana erano sotto comando tedesco diretto, con un gauleiter — Friedrich Rainer — che governava con poteri quasi assoluti.
Per la popolazione friulana questo significò l'immediata attivazione della Risiera di San Sabba a Trieste come campo di detenzione e transito — l'unico con forno crematorio in territorio italiano — e l'intensificazione delle deportazioni di ebrei, partigiani e oppositori verso i lager del Reich.
La resistenza armata nacque in questo stesso contesto, circa sei mesi prima rispetto alle altre zone d'Italia, proprio perché il Friuli si trovava ad operare in una regione di fatto annessa al Terzo Reich, a contatto con la resistenza slovena e in una condizione di frontiera senza equivalenti altrove in Italia.
La Repubblica partigiana della Carnia: l'estate del 1944
Nell'estate del 1944, mentre i fronti si spostavano e le armate alleate avanzavano in Italia centrale, le formazioni partigiane friulane — garibaldine, osovane, autonome — riuscirono a creare qualcosa di straordinario: una vasta zona liberata nel cuore delle montagne.
La "Zona Libera della Carnia e dell'Alto Friuli" è stata la più estesa Repubblica partigiana d'Italia con 2.500 km². Abitata da circa 90.000 persone distribuite in 46 comuni, si estendeva dalla Carnia e dall'Alto Friuli fino al Cadore.
La Repubblica non fu solo un fatto militare. Furono creati i CLN comunali che organizzarono elezioni democratiche delle Giunte locali; votarono i capifamiglia, incluse le donne in quella condizione, secondo l'uso delle latterie sociali. Si emanarono delibere sulla giustizia, sulle imposte con una tassa progressiva sul patrimonio, sulla tutela del patrimonio boschivo, sull'istituzione di una Guardia del popolo. Per la prima volta dopo oltre vent'anni di dittatura, la popolazione era coinvolta direttamente nella vita politica.
Durò fino all'ottobre 1944. L'operazione "Waldläufer" (Corriere del bosco) iniziò l'8 ottobre con l'impiego di 20.000 militari delle truppe tedesche, fasciste, caucasiche e cosacche contro la Resistenza partigiana. La zona libera fu travolta.
I cosacchi in Carnia: il Kosakenland
Tra gli episodi più singolari e meno conosciuti della guerra in Italia, l'arrivo dei cosacchi in Carnia occupa un posto a sé. Dalla tarda estate del 1944 sino ai primi giorni di maggio del 1945, la Carnia e parte del Friuli furono occupate da una formazione collaborazionista composta da militari di origine cosacca e caucasica, giunti in regione accompagnati dai propri civili — veri e propri profughi che seguivano gli armati con carriaggi e con tutto quanto avevano potuto portare durante una lunga ritirata dalla Russia meridionale all'Italia attraverso l'Ucraina, la Bielorussia e la Polonia.
Erano lì perché avevano scelto di combattere con la Germania nazista contro Stalin — per ragioni ideologiche, per odio verso il regime che aveva perseguitato i cosacchi negli anni Trenta, per la promessa di una nuova patria. Nel novembre 1943 un proclama firmato da Rosenberg e dal generale Keitel prometteva concessioni territoriali dopo la fine della guerra in cambio dell'arruolamento sotto le insegne naziste.
Il territorio occupato fu ribattezzato Kosakenland in Nord Italien. I paesi di Alesso, Cavazzo e Trasaghis furono ribattezzati Novočerkassk, Krasnodar e Novorossiysk e trasformati in vere e proprie stanize, villaggi cosacchi. A Tolmezzo trovarono sede i maggiori organi amministrativi; furono organizzati presidi, comandi, accademie militari, scuole, tribunali, ospedali, tipografie, teatri e spazi per i luoghi di culto.
L'impatto sull'occupazione fu devastante. Gli occupanti depredarono e sfruttarono un territorio già povero e ulteriormente depauperato dalla guerra. Cosacchi e caucasici compirono azioni rapide, spesso senza distinzioni tra civili e combattenti; attuarono pratiche di sfruttamento indiscriminato del territorio, di annientamento e disumanizzazione del nemico.
Quando il comando tedesco in Italia si arrese nel maggio 1945, i cosacchi tentarono di ritirarsi verso l'Austria. Secondo gli accordi di Yalta, oltre 20.000 cosacchi vennero consegnati dagli inglesi all'Unione Sovietica, dove trovarono ad attenderli una pesante vendetta. Una tragedia nella tragedia.
La Resistenza: plurale, divisa, eroica
La Resistenza friulana fu straordinariamente attiva, ma non fu un blocco monolitico. Convivevano — e spesso si scontravano — le Brigate Garibaldi di orientamento comunista, legate alle formazioni titine, e le Brigate Osoppo, formate da cattolici, monarchici e autonomisti che rivendicavano con forza l'italianità della regione e guardavano con sospetto alle ambizioni territoriali della Jugoslavia di Tito.
L'episodio più buio di questa divisione è la strage di Porzus, avvenuta il 7 febbraio 1945 in una malga nei pressi di Attimio, a diciotto chilometri da Udine. Due bande garibaldine comandate da Mario Toffanin — nome di battaglia "Giacca" — attaccarono la sede della Brigata Osoppo. Furono uccisi immediatamente tre partigiani, tra cui il comandante. Gli altri sedici membri della brigata furono condotti nel Bosco Romagno e giustiziati tra l'8 e il 19 febbraio. Solo due si salvarono passando alle file nemiche. Un'operaia presente per caso fu anch'essa uccisa.
Porzus rimase a lungo una ferita aperta nella memoria della Resistenza italiana: una strage di partigiani per mano di altri partigiani, in un contesto dove le divisioni politiche si intrecciavano con la questione del confine orientale. La vicenda fu raccontata nel film Porzus di Renzo Martinelli nel 1997.
Le stragi dei civili: Avasinis e il prezzo della ritirata
La guerra in Friuli fu segnata anche da stragi di civili, alcune avvenute nelle ore finali del conflitto, quando la sconfitta tedesca era già certa.
La più grave sul suolo friulano fu quella di Avasinis, frazione di Trasaghis, compiuta il 2 maggio 1945 — praticamente a guerra conclusa. Una compagnia di circa 250 Waffen SS in ritirata, dopo che partigiani locali avrebbero aperto il fuoco, scatenò un attacco contro il paese. Una volta superate le difese partigiane ebbe luogo il massacro della popolazione: 51 vittime tra uomini, anziani, donne e bambini. La compagnia si ritirò il giorno dopo, quando già era arrivata la notizia della resa tedesca. Ancora oggi le motivazioni precise dell'eccidio non sono del tutto chiarite.
Le portatrici carniche: un eroismo silenzioso
In questo quadro di violenza e resistenza, un capitolo merita un posto a sé: quello delle portatrici carniche. Erano donne delle valli di montagna che, con gerle sulle spalle da 30 a 50 chili, rifornivano di viveri e munizioni le formazioni partigiane attraverso i sentieri delle Alpi Carniche, di notte, al freddo, sotto il rischio costante di intercettazione. Il loro contributo fu determinante per la tenuta della Resistenza in montagna. Il Monumento alle Portatrici Carniche a Timau, in comune di Paluzza, le ricorda oggi con il rispetto che meritano.
Dove la memoria vive: i luoghi del ricordo
Il Friuli conserva molti luoghi che permettono di attraversare questa storia in modo diretto. Tra i principali:
La Risiera di San Sabba a Trieste — Monumento Nazionale e Museo Civico, unico campo con forno crematorio in Italia, con oltre 130.000 visitatori annui.
Porzus (frazione di Attimio, Udine) — Il luogo della strage, raggiungibile con un percorso che include il bosco dove avvennero le esecuzioni.
Ampezzo — Il Municipio di Palazzo Unfer fu sede del governo della Repubblica partigiana della Carnia nell'estate-autunno del 1944.
Timau (Paluzza) — Monumento alle Portatrici Carniche.
Avasinis (Trasaghis) — Memoriale dell'eccidio del 2 maggio 1945.
L'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione (IFSML) di Udine è il principale centro di documentazione e ricerca sulla Resistenza e sulla guerra in Friuli, con archivi, pubblicazioni e attività didattiche.
La Seconda Guerra Mondiale lasciò sul Friuli ferite di natura diversa da quelle del 1914-1918: meno visibili nelle pietre, più profonde nelle memorie familiari e nelle divisioni politiche che avrebbero attraversato la regione per decenni. Una storia complessa, che non si presta a narrazioni semplici, ma che vale la pena conoscere: perché spiega molte cose del Friuli di oggi, e perché nessun paesaggio alpino, nessun paese di montagna, nessuna malga su questi monti è rimasta davvero neutrale in quegli anni.
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