Alle 22.39 di mercoledì 9 ottobre 1963, una massa stimata in 260 milioni di metri cubi di roccia si staccò dal versante settentrionale del Monte Toc. Precipitando alla velocità di circa 100 km/h nell'invaso artificiale del Vajont, la frana sollevò un'onda d'acqua alta 250 metri. Divisa in tre direzioni, la massa liquida spazzò via Longarone a fondovalle in Veneto, rase al suolo le frazioni più basse di Erto e Casso in Friuli-Venezia Giulia e provocò 1910 vittime. La diga in calcestruzzo, alta 261,6 metri, resse l'urto, rimanendo intatta a testimoniare la discrepanza tra la perizia ingegneristica e la totale sottovalutazione del rischio geologico.
Da intuizione idroelettrica a progetto monumentale SADE
Già nei primi del Novecento, l'industriale Gustavo Protti aveva intuito il potenziale idroelettrico della stretta gola del torrente Vajont. I primi studi portarono all'ipotesi di sbarramenti modesti, finché nel 1925 l'ingegnere svizzero Hug propose una diga di 130 metri per conto della Società Elettrica Veneta.
La svolta architettonica arrivò nel 1934, quando la SADE (Società Adriatica di Elettricità) assorbì il progetto. Sotto la guida dell'ingegnere Carlo Semenza, i piani subirono continue modifiche al rialzo. Nel 1957 iniziarono i lavori per quella che doveva diventare la diga a doppio arco più alta del mondo: 261,6 metri di cemento armato, progettata per trattenere oltre 168 milioni di metri cubi d'acqua. L'obiettivo era creare il bacino centrale di una complessa rete idroelettrica di vasi comunicanti, pensata per alimentare l'industrializzazione del Nord-Est.
La paleofrana del Monte Toc e le inchieste di Tina Merlin
La fragilità strutturale del versante sinistro della valle era un dato stratigrafico noto, ma sistematicamente minimizzato. Nel 1959, il geologo Edoardo Semenza, figlio del progettista Carlo, individuò i segni inequivocabili di una "paleofrana": un'antica massa di detriti scivolata a valle in epoca preistorica, strutturalmente instabile e pronta a rimettersi in moto se sollecitata dall'acqua del bacino. Questa tesi trovò riscontro nei rilievi del geologo austriaco Leopold Müller, che sollevarono dubbi documentati sulla tenuta dell'intero blocco montuoso.
All'esterno del cantiere, l'unica voce a denunciare il rischio imminente fu quella della giornalista Tina Merlin. Sulle pagine de L'Unità, Merlin documentò ripetutamente le denunce degli abitanti di Erto e Casso, allarmati dai continui smottamenti. A causa dei suoi articoli, la giornalista fu denunciata dalla SADE per "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico", finendo a processo a Milano, dove fu infine assolta perché i fatti riportati corrispondevano a verità.
L'innalzamento dei livelli idrici e il collasso finale
Il 4 novembre 1960 si staccò una prima frana di circa 700.000 metri cubi. Sulla montagna apparve in contemporanea una fessura perimetrale a forma di "M" lunga quasi tre chilometri. I tecnici, invece di fermare il collaudo, decisero di tentare la gestione del movimento franoso alternando le quote di riempimento e svuotamento dell'invaso, convinti di poter modulare meccanicamente l'attrito del piano di scivolamento della roccia.
Nel 1961 venne scavato un tunnel di sorpasso per garantire il deflusso dell'acqua in caso di parziale occlusione del bacino. Alla fine dello stesso anno Carlo Semenza morì, lasciando la direzione dei collaudi ad Alberico Biadene.
Nonostante l'evidenza di continui boati e di microscosse registrate dai sismografi locali, i collaudi continuarono innalzando progressivamente il livello dell'acqua fino alla quota di 715 metri s.l.m., raggiunta nei primi mesi del 1963 sotto la gestione della neo-istituita società di Stato ENEL. L'abbassamento cautelare a quota 650 metri, ordinato nell'autunno dello stesso anno a causa di un'accelerazione improvvisa della massa rocciosa (che registrò spostamenti anomali di decine di centimetri al giorno), sottrasse spinta idrostatica alla base della montagna, eliminando l'ultimo freno meccanico e innescando il collasso definitivo del versante.
L'iter processuale a L'Aquila e l'infrastruttura oggi
Le responsabilità umane del disastro furono accertate da un lungo iter giudiziario. Per motivi di ordine pubblico e legittima suspicione, il processo penale fu trasferito a L'Aquila, a centinaia di chilometri dalle zone colpite. Nel 1971, la Corte di Cassazione confermò la condanna di Alberico Biadene a cinque anni di reclusione per disastro colposo e omicidio colposo plurimo, stabilendo legalmente che la caduta della frana era un evento ampiamente prevedibile e che la tragedia fu causata dalla negligenza nella gestione del rischio.
Dal 2007, il coronamento della diga è stato reso percorribile attraverso visite guidate. Camminando sulla sommità del manufatto si osserva in prima persona il profilo innaturale del versante, dove l'ammasso di detriti ha colmato la gola livellando le quote tra la montagna e l'antico fondovalle. Tutta l'analisi documentale del disastro, comprensiva dei progetti originari, dei diari di cantiere e degli atti processuali, è conservata ed esposta al Centro Visite di Erto.
Come arrivare e dintorni
Il sito della diga del Vajont è raggiungibile esclusivamente su gomma percorrendo la viabilità ordinaria. Per chi arriva in autostrada dalla A27 (Venezia-Belluno), è necessario uscire all'ultimo casello di Pian di Vedoia, proseguire sulla SS51 di Alemagna fino all'abitato di Longarone e deviare sulla SS251 in direzione Erto e Casso. Per chi proviene dal versante friulano orientale, l'accesso avviene percorrendo la SR251 da Pordenone o Maniago, risalendo l'intera gola della Valcellina.
A circa quindici chilometri di distanza, in territorio pordenonese, si incontra Barcis, paese sviluppato attorno all'omonimo bacino idroelettrico artificiale. Proseguendo la discesa verso la pianura si incrocia Maniago, centro industriale specializzato fin dal Quattrocento nella forgiatura metallurgica e nella produzione di coltellerie, le cui officine sono ancora oggi parte integrante dell'economia locale.
Coordinate: 46.2673, 12.3391
I commenti tornano presto
Stiamo migrando il sistema di commenti. Torneranno disponibili a breve.