Il molo di San Carlo diventa Molo Audace

Trieste viene annessa all’Italia

Molo Audace
Il Re d’Italia arriva a Trieste sul cacciatorpediniere Audace. Sul molo, di spalle il Generale Petitti di Roreto

Il 3 Novembre 1918 arriva il cacciatorpediniere “Audace” che attracca al molo triestino di San Carlo. Dalla nave scende il Generale Carlo Petitti di Roreto con un battaglione di bersaglieri. La presenza della nave attesta ufficialmente la fine dei disordini cittadini successivi alla sconfitta austriaca nella Prima Guerra Mondiale. Inoltre ufficializza l’annessione di Trieste che diventa città Italiana e non più Austriaca.

Così si narra brevemente nelle note storiche delle guide turistiche, tuttavia i fatti sono più complessi.

Il 4 Ottobre 1918 il Governo Austro-Ungarico chiede la pace e l’armistizio al Presidente degli Stati Uniti, Wilson.

La risposta arriva il 18 ottobre. Gli Stati Uniti riconoscono l’autonomia dello stato Polacco, di quello Cecoslovacco, le aspirazioni all’indipendenza nazionale della Jugoslavia, secondo quanto già enunciato nei 14 Punti.

L’imperatore Carlo d’Austria emana un manifesto in cui annuncia che l’Austria può diventare uno stato federale composto da 5 stati nazonali: uno Tedesco, uno Ceco, uno Polacco, uno Jugoslavo ed uno Ungherese uniti tra loro in federazione. Nello specifico la Città di Trieste, con il suo territorio, può ottenere, secondo i desideri della popolazione, uno statuto speciale.

Il 17 Ottobre a Vienna viene convocata la Commissione agli Esteri della Delegazione Austriaca, ma la riunione porta di fatto alla dissoluzione definitiva dell’Impero Austro-Ungarico. Nascono molte polemiche all’interno delle nuove realtà nazionali sia per le differenti correnti di opinione sia per le questioni dei confini.

Dal 29 Ottobre al 3 Novembre a Trieste, tra i cittadini di varie fazioni, divampano quei disordini di natura socio-politica che vanno sotto il nome di Rivoluzione Triestina. Le causa principali del malcontento sono: fame e carestia. Vengono presi d’assalto dalla folla i negozi, gli spacci alimentari, il punto franco del porto, la Casa dell’Emigrante, gli ospedali.

Si forma un Comitato d’Azione che reclama più viveri e vorrebbe far giungere una petizione direttamente al Presidente Wilson, diventato per molti un mito grazie agli ideali trasmessi con i suoi 14 Punti. In particolare avevano entusiasmato il concetto di rispetto dell’auto decisione dei popoli e l’auspicio del mantenimento della pace sotto l’ala della Lega delle Nazioni.

A Trieste inizia fin dal 29 ottobre la mobilitazione di uomini , donne e di cortei studenteschi con scopi filoitaliani. Parallelamente ed in contrapposizione si organizzano cortei operai favorevoli alla possibilità di dar vita ad una Repubblica Adriatica.

Il rischio di uno scontro civile porta alla costituzione di un Comitato di Salute Pubblica interpartitico come già stava avvenendo in altri centri dell’Impero Asburgico agonizzante.

Questo comitato di Trieste è formato da rappresentati del Movimento Liberale e di quello Socialista, con esclusione dei portavoce sloveni. Il suo scopo principale è di realizzare il distacco di Trieste dal governo Austro-Ungarico assumendo momentaneamente il controllo della città e dei principali servizi pubblici. Il Comitato provvede a liberare i prigionieri Italiani, costretti a lavorare negli oleifici di Zaule, ed anche a dar vita alla Guardia Nazionale grazie alla disponibilità di alcuni ufficiali dell’esercito filoitaliani.

A sua volta l’irredentismo Slavo costituisce una sua Guardia Nazionale mentre numerosi militari Sloveni e Croati decidono di rimanere in armi e giurano fedeltà al nuovo Stato Jugoslavo.

Nel Rione di Servola comitati di slavi cercano d’impadronirsi di aree militarmente strategiche come l’arsenale del LLoyd Triestino pieno di macchinari, motori ed aerei.

Intanto fin dai primi di Ottobre, con la dissoluzione della monarchia danubiana, a Trieste erano giunti sia prigionieri dell’Impero Austro-Ungarico sia militari che avevano combattuto al fronte e che ora si trovavano allo sbando, senza alcuno che desse loro degli ordini. Tutta questa gente si sentiva libera di commettere vandalismi o di saccheggiare la città e le suo risorse residue dopo la guerra, come compensazione agli stenti, alla fame ed alla confusione politica del momento.

A Trieste succede di tutto. Presso Prosecco una colonna di soldati austriaci è pronta a patteggiare: cede tutti i suoi camion pur di non cadere prigioniera degli Italiani. All’opposto i soldati Austriaci, che si trovano nella Caserma Grande di Piazza Oberdan, rifiutano di mettersi al servizio del Comitato di Salute Pubblica.

Diversamente molti militari Cecoslovacchi assumono un atteggiamento filoitaliano già presenta all’epoca della Battaglia sul Piave, quando avevano deciso di combattere per i Savoia. Con coerenza ora a Trieste gruppi militari cecoslovacchi si pongono volontariamente a disposizione del Comitato per la Difesa della Città e si fanno distinguere esibendo sul berretto un nastro azzurro e rosso. I militari Italiani non più prigionieri dell’esercito austriaco collaborano a loro volta con il Comitato.

Questo Comitato Triestino tra i suoi primi atti invia una delegazione al Luogotenente Imperiale Fries Skene per chiedergli la consegna dei poteri civili e militari. Purtroppo si verificano gravi incidenti di piazza a causa dei liberalnazionalisti italiani che assalgono il Centro Culturale Sloveno Narodni Dom. Il Comitato di Salute Pubblica cerca di “riparare” accettando al suo interno una rappresentanza slovena.

In una riunione del Comitato del 31 Ottobre un giovane socialista slavo propone di aggiornare lo Stato Maggiore Italiano, con sede a Venezia, della difficile situazione di Trieste; anzi offre anche l’uso di una torpediniera disarmata ( di cui è proprietario un avvocato slavo triestino) per raggiungere le autorità nella città lagunare. La proposta viene accettata con sollievo.

Il 1 Novembre questa nave salpa dal molo triestino con a bordo 3 delegati: un rappresentante degli irredentisti italiani, Marco Samaja, uno dei socialisti, Alfredo Callini, e uno degli sloveni, Giuseppe Ferfolja. La torpediniera è guidata da un equipaggio salvo comandato dal valente Capitano Vucetich. Finalmente, dopo una navigazione rischiosa sia a causa delle mine ancora presenti nel golfo, sia a causa della possibilità di subire un bombardamento dalla squadriglia aerea austriaca in fuga, si raggiunge Venezia. L’accoglienza non è tra le migliori, anzi… Le autorità militari italiane sono rigidissime e fanno bendare i poveri delegati, appena scesi dalla nave, facendo percepire loro un clima di sospetto e diffidenza ingiustificato. Il 3 Novembre, dopo trattative che suscitano molta amarezza nei delegati, viene deciso che la flotta italiana si sarebbe diretta a Trieste imponendo alla torpediniera triestina di fare da battistrada attraverso il golfo, con un certo anticipo, a causa dei tratti minati.

Gebauer, l’Ufficiale in Seconda che già aveva dimostrato la sua perizia ed il suo sangue freddo nella traversata verso Venezia, si fa onore anche al ritorno. Schiva mine e banchi di nebbia e facilita di fatto la navigazione della Marina Italiana. Alle 14:00 la torpediniera, “prestata” a Trieste dall’avvocato slavo-triestino e malaccolta a Venezia, tocca il Molo San Carlo ed i delegati, moralmente malconci, annunciano alla folla l’arrivo della flotta italiana.

Dopo un paio d’ore attracca al molo il cacciatorpediniere “Audace”.

Scende a terra il Generale Petitti di Roretto che prende possesso di Trieste dopo secoli di dominazione Asburgica. Purtroppo il Generale Petitti, primo governatore della città Italiana, non riesce a ben comprendere neppure il discorso di benvenuto di un portavoce del Consiglio Nazionale degli Sloveni che gli viene rivolto, insieme all’omaggio di tutti, presso il Palazzo del Luogotenente.

Il 10 Novembre il cacciatorpediniere “Audace” torna ad approdare a Trieste portando con sè il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, che sbarca accolto dal Generale Petitti di Roretto e acclamato dal popolo festante.

Ancora una chicca: l’ancora del cacciatorpediniere “Audace” che dà il suo nome al vecchio molo San Carlo, si trova ora a Trieste presso il faro della Vittoria. Sotto il monumento del Marinaio, dedicato a tutti i marinai morti in guerra, c’è anche una scritta suggestiva “splendi e ricorda i caduti in mare”.

Si consiglia la lettura de “La maledetta barca” di Marina Rossi, più volte docente a contratto presso la cattedra di storia dei paesi slavi delle università di Trieste e di Venezia.