Il Coronavirus: lavoratori in prima linea o bloccati a casa

lavoratori in prima linea
Fonte immagine: tgcom24

Il lavoro rappresenta per l’uomo un mezzo di sussistenza, di autorealizzazione se si è fortunati, di espressione della propria energia produttiva. È uno strumento per dare un senso ordinato alle proprie giornate, per sentirci parte di un mondo adulto, per assumere un ruolo responsabile all’interno della società.

Ogni azione esterna, come quella lavorativa, può sempre essere intesa come interna, promotrice di una buona immagine di sé, regolatrice di una mente attiva e non passiva.

Ora con la pandemia da Coronavirus le attività lavorative hanno imboccato due strade opposte: quelle ritenute essenziali hanno manifestato un’accelerata, imponendo alle persone un incremento di ore di lavoro, le altre hanno subito un rallentamento e poi si sono bloccate.

Fortunati o no, quelli in prima linea come medici, infermieri, forze dell’ordine, ma anche quelli impiegati nel settore alimentare e amministrativo? È opinione comune che i politici se la passino bene e si è parlato molto, fino a poco fa, della spaccatura tra politica e società. Oggi c’è un riavvicinamento: anche i politici sono al fronte, sono sul campo di battaglia giorno e notte, si ammalano, esprimono a viva voce le loro proteste verso un’ Unione Europea che rimanda le decisioni d’emergenza e si nasconde dietro i vari egoismi nazionalisti.

I bancari sembrano fare la loro parte, hanno un ruolo fondamentale come interlocutori dei politici e del mondo produttivo per evitare il collasso dell’economia: tanta responsabilità grazie anche all’azione positiva di figure di spicco che suggeriscono soluzioni non convenzionali. Alle parole del Presidente Mattarella, che rappresenta lo Stato Italiano, fa eco il discorso di Draghi, pubblicato sul Financial Times, che ha rappresentato fino a poco tempo fa la forza della BCE, impegnata nel difendere l’Euro dopo la crisi del 2008.

Dobbiamo percepire che lo Stato c’è. Il Presidente del Consiglio Conte ce lo ripete ogni giorno. Anche lui fa la sua parte.

Ma c’è una stragrande maggioranza dell’Italia produttiva che è bloccata al proprio domicilio. Le fabbriche hanno chiuso i cancelli, gli esercenti hanno abbassato le serrande, gli insegnanti stanno mantenendo da casa i contatti, via telematica, con i loro studenti. Intere famiglie sono rimaste senza lavoro. Anche i ladri sono disoccupati. E poi i senzatetto, gli anziani rimasti soli, la parte più debole dalla popolazione nella stretta economica e nell’isolamento sociale.

Parte della società è in contatto con il mondo, partecipa al mondo, è attiva, deve prendere decisioni, è estenuata dalla tensione in quanto è esposta al contagio. La stragrande maggioranza, però, è costretta a casa, collocata passivamente entro quattro mura, lasciata come una moneta che ha perso il suo valore nel borsellino, preoccupata del mondo a cui non può partecipare, a cui non può dare il suo contributo.

Scegliere pro o contro la partecipazione non è in relazione alle proprie facoltà individuali. Accettare la propria situazione è difficilissimo. La pandemia è per tutti fonte di angoscia e di impotenza. Per chi è in prima linea il sogno è di riposare a casa propria, togliendosi la divisa; per chi è forzatamente a casa il desiderio è di riprendere il proprio lavoro e di poter ricominciare il combattimento per la sopravvivenza quotidiana.

Oggi l’uomo dovrebbe cogliere nel suo destino, oltre ad un dato di fatto, anche una possibilità alternativa. E dovrebbe poter ricominciare a progettare la realizzazione dei suoi sogni.

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