Coronavirus e nuova visione dello spazio personale, sociale e geopolitico

spazio interpersonale
Dipinto: Pablo Picasso, Maternità 1905

Stare vicini, stare lontani. Fino a prima del Coronavirus la gestione dello spazio interpersonale, che denota a quale distanza mantenersi dal nostro prossimo, era questione soggettiva, affettiva e situazionale.

Sembra che ciascuno di noi, normalmente, si tenga ad una certa distanza di sicurezza da chi ci sta difronte o alle spalle. Questa distanza varia in rapporto a fattori culturali, educativi e legati alla nostra maturità affettiva. Chi, fin da lattante, è stato accudito da una “madre sufficientemente buona” ed ha sperimentato con l’attaccamento al seno un caldo contatto tra le braccia dell’adulto, accompagnato da coccole, carezze e attenzioni, legate ai rituali della pulizia, riuscirà ad attivare canali di comunicazione tattile favorevole alla vicinanza. Invece qualcuno da grande non sopporta di essere toccato, non ama il solletico, può infastidirsi nei giochi sociali che richiedono prossimità fisica, evita il ballo. Questo individuo si terrà naturalmente ad una distanza guardinga dal prossimo perché vive il contatto come fastidioso o ansiogeno.

All’opposto, chi ha un’immagine corporea positiva, sente di essere fisicamente gradevole e gradito, o ha una buona estroversione, non avrà problemi di vicinanza. Su questa attitudine soggettiva di avvicinamento-allontanamento pesa oggi la norma sanitaria che impone almeno un metro di distanza dal prossimo, per evitare il contagio da Coronavirus.

Quando il numero dei malati e degli infetti sarà calato come ci regoleremo? Oggi le persone da un lato vorrebbero essere libere di riappropriarsi dello spazio sociale e riprendere le proprie abitudini di contatto relazionale, dall’altro temono il rischio di ammalarsi nel rispetto delle indicazioni sanitarie.

Le frequentazioni di bar, ristoranti, punti di ritrovo ricreativi come cinema, teatro, palestra, stadio, al momento attuale sono vietati, ma si auspica una riapertura di tutti questi luoghi, favorevoli alla socializzazione di cui l’umanità ha bisogno per la propria natura biologica di mammiferi.

Un’intervista a Jeremy Rifkin, esperto di economia applicata all’ecologia, pubblicata sull’inserto di La Repubblica , il 30 marzo 2020, fa riflettere sul futuro. Il professor Rifkin ritiene che,  anche a fronte di un calo dei malati da Covid-19, il virus continuerà a restare tra di noi. Secondo questo esperto sarà opportuno cambiare, almeno in parte, ed in modo permanente, le modalità di studio, lavoro, vicinanza sociale perché si dovrà sempre mantenere una distanza di sicurezza tra i cittadini.

Se questa ipotesi si rivelasse giusta bisognerebbe ripensare alla struttura di teatri, cinema, stadi, aerei e mezzi di trasporto in senso lato… e altro. Un’impresa titanica! Per contenere meno gente ed evitare gli ammassamenti dovremmo tutti vivere la socialità da “separati in casa”. Quindi turni ai ristoranti, distanziamento ai bar, cambiamento di usanze come l’ora dell’aperitivo dei giovani, inscindibile dalla calca allegra che ben assolve al bisogno di contatto degli adolescenti, ma anche degli adulti. Secondo il nostro esperto la presenza permanente del virus nella popolazione costringerà le attività produttive e commerciali a lavorare a singhiozzo: durante le fasi di remissione si apriranno cautamente le porte dell’economia mondiale, per richiuderle appena l’incremento del contagio intaserà le terapie intensive degli ospedali.

Per il professor Rifkin alla globalizzazione si contrapporrà l’individuazione di bioregioni, cioè aree geografiche caratterizzate da omogeneità e vocazione alla specificità industriale, agricola e culturale. Insomma si punterà alla valorizzazione di ciò che è fattibile all’interno di queste zone particolari, nazionali ma anche sovranazionali, collegate fra loro e con il resto del mondo, grazie alla tecnologia informatica.

Forse Lombardia e Svizzera potrebbero idealmente rivelarsi affini e far parte di una medesima bioregione? Oppure parte del Friuli Venezia Giulia, Austria e Slovenia? Ce lo stiamo chiedendo da profani. Invece sembra che ci sia già un progetto condiviso, negli Stati Uniti, che vedrebbe differenziate 5 bioregioni, dai grandi laghi del Nord al deserto.

La nostra fantasia non vuole andare oltre. Temiamo infatti che opporre alla globalizzazione una nuova delimitazione di territori, forse affini per caratteristiche morfologiche e produttive, ma distanti per attitudini etniche e storiche, accentui una sensazione di spersonalizzazione e di privazione che già la globalizzazione aveva promosso. Il professor Rifkin risponderebbe che la distanza sociale sarà la regola e che il futuro si chiamerà “bioregioni”.

Che Dio ce la mandi buona!

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