Ansie e conflitti affettivi all’epoca del Coronavirus

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Immagine: pittore Egon Schiele

Coronavirus: Tutti ne parlano. I giornali sono pieni di statistiche e articoli riguardanti il crollo dell’economia, le misure dei governi per fronteggiare la crisi, le ipotesi di riassetto geopolitico.

Interessano meno gli aspetti affettivi all’interno delle famiglie e dei contesti sociali.

In realtà dietro i notiziari ci sono gli sguardi attoniti e spaventati di tutta la nostra popolazione. Il Friuli Venezia Giulia è una regione ancora colpita di striscio dalla pandemia. Siamo il 23 Marzo 2020 e sabato 21 è stata annunciata dal Premier Conte un ulteriore stretta che intima alla popolazione di tutta Italia, senza distinzioni tra regioni, di stare a casa, mantenersi nel comune di residenza, uscire solo per ragioni di necessità, evitare anche di recarsi al lavoro, se la propria attività non rientra nel settore sanitario, nella filiera alimentare o attinente ad aspetti di utilizzo indispensabile.

Sgomento, perplessità, confusione, paura che la pandemia non finisca mai, intolleranza verso la costrizione al proprio domicilio, senza poter uscire, mancanza degli spazi all’aria aperta, dell’attività fisica… tutto questo e altro.

L’incremento della paura e dell’insicurezza per il propio futuro, per i figli, per l’aumentato rischio di contagio dei parenti anziani, genitori, nonni, rendono difficili le relazioni intrafamiliari. Le persone sono stressate e possono percepire un acuirsi dei propri spunti nevrotici: paura del contagio e quindi ossessione per la pulizia o per i rituali compulsivi ( lavarsi le mani continuamente, disinfettare in forma maniacale le superfici domestiche, controllare il rispetto delle norme igieniche nei conviventi), oppure agorafobia e cioè angoscia nell’affrontare gli spazi esterni, le piazze vuote, le strade deserte, anche se la necessità spingerebbe verso il supermercato. Angoscia di morte, timore che i parenti si ammalino, che una solitudine ancor più spaventosa della presente possa caratterizzare il proprio futuro. Paura di non essere capiti, accettati, rispettati da parte di chi vive con noi.

Questi affetti scatenano richieste di nuovi adattamenti comportamentali al coniuge, ai figli, ed a tutti i conviventi. Le telefonate fra parenti causano malintesi, aggressioni verbali. Si litiga violentemente, si tiene il muso, ci si chiude in stanza, la condivisione forzata degli spazi mette a dura prova la tolleranza reciproca.

Gli attacchi di panico per il Coronavirus e le crisi isteriche vengono mal gestite dai conviventi. C’è chi sente di essere indebolito dalla mancanza di entrate economiche e vive come egoista la richiesta di attenzione sessuale da parte del partner. I conflitti trascendono e si passa alla violenza domestica. Gli avvocati ed i tribunali hanno sospeso l’attività e le cause di separazione  sono differite. Bar, ristoranti, pubblici esercizi sono chiusi e la scappatoia della bevuta con gli amici è inattuabile. Qui in FVG il bicchiere di vino come aperitivo era l’abitudine.

Anche le scappatelle extraconiugali sono interrotte. I social network possono costituire un’evasione consolatoria solo in parte: l’aggressività delle comunicazioni si accentua anche sui mezzi informatici. La televisione, i giochi da tavolo, la pittura, la lettura, il riordino domestico, l’arte culinaria diventano insufficienti. Ciò che manca è la voglia di guardare dentro se stessi e rifare il punto della situazione. Autoconsapevolezza ed autostima implicano capacità di interiorizzazione che, in epoca di Coronavirus, non sono facilmente accessibili a chi non è già allenato. Un tempo funzionava per tutti la preghiera, ma il mondo moderno ha perso il senso del sacro.

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