L’altare ligneo di Giovanni Martini a Mortegliano e il rinascimento scultoreo in Friuli Venezia Giulia

altare ligneo di Giovanni Martini
L'altare ligneo di Giovanni Martini

L’altare ligneo di Mortegliano, collocato nella cappella minore compresa fra quella del Sacro Cuore e l’ingresso principale, è una delle opere più pregiate conservate all’interno del duomo di Mortegliano. Realizzata in pioppo e tiglio e assemblata quasi totalmente a incastri a coda di rondine (senza quindi l’ausilio di chiodature), quest’opera è considerata il capolavoro di Giovanni Martini, oltre che uno dei vertici assoluti della scultura lignea friulana e testimonianza del definitivo superamento dello stile gotico, per entrare nella stagione rinascimentale.

Giovanni Martini e il suo capolavoro

Giovanni Martini (1470-1535) apparteneva a una famiglia di artisti di origine carnica (è figlio, infatti, del pittore Martino Mioni e nipote di Domenico da Tolmezzo, uno dei maggiori artisti quattrocenteschi del Friuli), e inizialmente si dedicò alla pittura. Dopo la morte del padre e dello zio, Giovanni si fece carico della gestione della bottega di famiglia che si trovava a Udine: da questo momento, l’artista progressivamente abbandonò la pittura per dedicarsi all’intaglio, arte in cui raggiunse altissime vette qualitative.

L’altare ligneo di Mortegliano si colloca proprio in tale contesto. L’opera fu iniziata nel 1523 e collocata nella sua destinazione, l’abside della chiesa di S. Paolo, nel 1526. Le dimensioni sono imponenti: l’altare è infatti alto circa 6 metri e largo 3, 70 metri, ed è composto al suo interno da una sessantina di statue distribuite su quattro piani. Un manufatto sontuoso, quindi, che fu pagato dalla comunità l’ingente cifra di 1180 ducati veneti.

L’iconografia e il significato dell’altare ligneo di Mortegliano

Il tema principale è quello dell’epopea della Vergine, scandita in più momenti che si susseguono con un andamento che va dal basso verso l’alto, a simboleggiare anche l’ascesa di Maria stessa dalla terra alla dimensione celeste.

La prima scena in basso descrive la Pietà: Maria siede ai piedi della croce con il corpo morto di Cristo sulle ginocchia, accompagnata da Maria Maddalena, san Giovanni Evangelista, le pie donne, Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. La seconda rappresenta la dormizione, cioè la morte terrena di Maria stessa, appena sopra la quale si trova l’Assunzione, ossia quando l’anima della Vergine viene accolta tra le braccia del Figlio. Alla sommità è infine rappresentata l’Incoronazione, ossia l’accoglimento di Maria tra le persone divine (Padre, Figlio e Spirito Santo).

Le scene mariane sono inserite in una ricchissima cornice rinascimentale, composta alla base da una predella ornamentale, lungo i fianchi una serie di figure di santi inquadrate in colonnette e, sopra la cimasa con arco a tutto sesto al centro, il titolare della pieve di San Paolo con ai lati i santi cavalieri Giorgio e Martino.

Il chiaro significato teologico dell’opera è probabilmente da ricollegarsi al particolare momento storico il cui essa è stata realizzata: si tratta, infatti, di uno dei momenti più acuti della polemica protestante che, tra i vari precetti, proponeva l’eliminazione del culto della Vergine. L’altare di Giovanni Martini, quindi, può essere letto come una precoce risposta alla dottrina luterana, nata nel 1517 con la pubblicazione delle 95 tesi di Martin Lutero.

Le vicende otto-novecentesche e l’attuale collocazione dell’opera

Il capolavoro di Giovanni Martini, con la caduta in abbandono della chiesa che lo ospitava e la successiva decisione di costruire un nuovo edificio, ebbe vita travagliata: nel 1864 fu spostato nella parrocchiale della Santissima Trinità (durante tale trasporto andarono perdute due figure di angeli) e, a causa delle difficoltà economiche incontrate per portare a compimento il duomo, l’opera fu a più riprese sul punto di essere messa in vendita per recuperare nuovi fondi. Fortunatamente ciò non accadde, e il maestoso manufatto fu collocato nel 1935 all’interno del nuovo duomo, dietro l’altare maggiore.

Negli anni Ottanta l’opera fu sottoposta a un paziente lavoro di restauro, in occasione del quale è stato ricomposto l’ordine delle sculture secondo lo schema originale. Dopo l’intervento, l’opera è tornata nel duomo cittadino, collocata nella cappella laterale che la ospita tuttora.