Alcune leggende nate a Gorizia

leggenda della Contessa Caterina
leggenda della Contessa Caterina

La leggenda della Contessa Caterina

La Contessa Caterina era conosciuta come personaggio senza sentimenti se non l’avidità che la consumava. Si muoveva tra le stanze del Castello di Gorizia accompagnata dai suoi 7 alani che aizzava contro le persone che non le piacevano per farle sbranare.

Un giorno aprì le porte del suo castello ad un personaggio inviato in missione segreta da un castellano del Friuli ad un nobile di Primorska, con l’incarico di consegnargli alcune casse piene di monete d’oro.

Purtroppo il personaggio era stato colto da un tempesta ed aveva dovuto chiedere rifugio alla Contessa fino al momento in cui avrebbe potuto riprendere il suo viaggio.

La contessa aveva in mente un piano, e cioè gettare il soggetto nelle prigioni, confiscargli le casse e trasferirle, con l’aiuto di un servo, in una stanza segreta già piena di tesori.

Il servo, messo di fronte a tanta ricchezza, fu preso anche lui da una tremenda avidità e, approfittando del fatto che non c’erano i feroci alani, pensò di uccidere la Contessa.

Purtroppo quando il servo era ormai sul punto di impossessarsi del tesoro, per uno strano sortilegio, tutte le monete d’oro e gli altri oggetti preziosi sparirono e non se ne ebbe notizia neppure negli anni successivi.

Intanto la Contessa Caterina, diventa un fantasma inquieto e vendicativo, tutte le notti cominciò ad agitarsi per il Castello di Gorizia, accompagnata dai suoi sette alani che abbaiavano ad ogni persona che osava avvicinarsi al suo maniero.

Nozze impreviste di Ermenegilda, suora mancata

Nel 1303 il Conte di Gorizia era Alberto II che aveva tre figli maschi ed una figlia, di nome Ermenegilda, famosa per la sua bellezza.

Purtroppo per non disperdere troppo il patrimonio familiare con sgradite suddivisioni e per non deludere i figli maschi, il Conte Alberto decise di avviare la figlia alla vita monastica.

Nel Medioevo era consuetudine che la tutela del patrimonio feudale, che consisteva in terre, dimore, privilegi e danaro, fosse preservata e tramandata per aumentare la potenza del feudo, senza che, in linea di principio, questa abitudine venisse contestata.

La povera Ermenergilda, sebbene contrita e infelice, decise di ubbidire al padre, come si conveniva nelle famiglie altolocate, e prese la via verso un monastero in Alto Adige.

Era stato scelto per accompagnarla un baldo giovane, Balthasar di nobile schiatta, che si era impegnato a scortare la fanciulla, futura suora, fino al monastero.

Ermenegilda non era tuttavia riuscita a nascondere lacrime e sconforto per il triste destino, che la famiglia le aveva imposto, ed aveva suscitato in Balthasar commossa partecipazione e poi amore.

I due giovani, scoperto i sentimenti che li legavano, si erano dichiarati l’un l’altra ed avevano deciso di non separarsi mai più.

Si fermarono nel Castello di Sillian dove Frà Giocondo, Priore molto stimato, ascoltata la loro storia, accettò di unirli in matrimonio.

Subito informati degli eventi, i fratelli di Ermenergilda furono molto contrariati sia per la decisione della sorella che contrastava i loro interessi economici, sia per il comportamento di Balthasar.

Decisero quindi di muovere un manipolo di soldati per vendicarsi con le armi. Per fortuna Frà Giocondo andò loro incontro e li convinse dell’opportunità del matrimonio della sorella con un tale nobile, ricco e stimato, come il feudatario della Stiria che era appunto Balthasar Von Welsberg.

Si fece allora una gran festa nel Castello di Sillian e tutti ne furono soddisfatti al punto che Balthasar disse ad Ermenegilda una bella frase in tedesco che tradotta suona così: “angelo mio, tutto il pericolo è passato”.