“Ndemo!”, la voce stentorea di Tullio Kezich e il film iniziava

Tullio Kezich
Tullio Kezich

Il binomio, ricchissimo e variegato, cinema e Friuli Venezia Giulia ha un campione indiscusso in Tullio Kezich.

“’Ndemo!”, si levava inconfondibilmente la sua voce alle proiezioni romane per la stampa o a qualche festival, quando il film tardava a partire.

Ineguagliato decano della critica cinematografica (e molto altro) la triestinità è stata una costante che ha accompagnato la sua formazione culturale prima, i suoi sodalizi intellettual-cinematografici (con Callisto Cosulich e Franco Giraldi) e il suo lavoro di saggista, drammaturgo, produttore, poi.

Nato a Trieste, in via XX Settembre 13, il 17 settembre 1928 da genitori di origine istriana, Kezich dopo aver frequentato il Liceo Classico Petrarca abbraccia precocemente, nel 1946, quella che sarebbe diventata la sua attività principale di critico cinematografico dai microfoni di Radio Trieste.

Il cinema fu da subito e sarà la sua grande passione, formatasi alle “università” – per sua stessa ammissione – del Teatro Verdi tra romanze e operette, e delle gradinate, oggi scomparse, del Cinema Fenice.

(La laurea, non conseguita a suo tempo, gli sarà conferita “honoris causa” nel 2001 dall’Università degli studi del capoluogo giuliano).

Dopo la sua collaborazione con la radio, terminata agli inizi degli anni ’50, la sua attività di critico cinematografico proseguirà con regolarità, contraddistinta da potente pragmatismo, intuizione immaginativa, inesausta curiosità, etica della professione, e sempre aliena da vezzi intellettualistici e da accademismi.

Sarà dunque la volta di riviste specializzate come “Cinema”, “Rassegna del film”, “La Settimana Incom”, “Sipario”, “Cinema Nuovo” o più generaliste come “Panorama”, e quindi dei grandi quotidiani come “la Repubblica (dalla sua fondazione nel 1976 al 1989) e il “Corriere della sera” (a partire dal 1989).

Una messa inesauribile di recensioni che nel corso degli anni sarebbero state raccolte in vari volumi (editi da Il Formichiere, Mondadori, Laterza, Bompiani), cui si affiancano, tra i più significativi della sua estesissima bibliografia, quelli dedicati a Federico Fellini di cui fu biografo e al western.

La triestinità continua ad essere filo rosso della sua versatilità intellettuale: sono racconti e ritratti triestini d’epoca tra le due guerre quelli raccolti in “Il campeggio di Duttogliano” del 1956; e, in qualità di drammaturgo, è in dialetto la sua trilogia sveviana – il concittadino Svevo sarà un’altra sua grande passione – ambientata negli anni ’40 (“Un marito”, “Una burla riuscita”, “Zeno e la cura del fumo”).

Il fortissimo ininterrotto legame con la sua città, sul piano della produzione intellettuale, è testimoniato dalla proficua collaborazione avviatasi nel 1998 con il Teatro La Contrada per il quale scrive quattro testi che rappresentano alcuni tra i vertici assoluti della drammaturgia in lingua triestina: “L’americano di San Giacomo” (1998), “Un nido di memorie” (2000) e “I ragazzi di Trieste” (2004) che costituiscono la “Trilogia triestina”, cui si aggiunge “L’ultimo carnevàl” (2002), splendida riflessione drammaturgica sulla figura di Italo Svevo.

(Per rimanere in ambito teatrale, andranno ricordati gli adattamenti di capolavori della letteratura come “La coscienza di Zeno” allestito nel ’64 da Luigi Squarzina per il Teatro Stabile di Genova; “Bouvard e Pécuchet nel ’68 e “Il fu Mattia Pascal” nel ’74, entrambi diretti ancora da Squarzina).

La sua attività di produttore iniziò a Milano nel 1961 fondando insieme a Ermanno Olmi la “22 Dicembre” che divenne ben presto una delle più importanti case di produzione italiane di cui fu, fino alla sua cessazione nel 1965, direttore artistico; al suo attivo, tra gli altri, l’esordio di Lina Wermuller, “I basilischi”, “I fidanzati” dello stesso Olmi, “L’età del ferro” di Roberto Rossellini.

Portò poi questa sua esperienza in Rai, alla direzione generale, dove contribuì a far produrre i film di Olmi “I recuperanti” e “La leggenda del santo bevitore” (dei quali fu anche sceneggiatore), “San Michele aveva un gallo” dei Taviani accanto alla fiction più popolare degli anni ’70 “Sandokan” e – Trieste chiama ancora – una serie di lavori ispirati alle suggestioni della letteratura e della cultura triestina dirette da Franco Giraldi.

Di lui è obbligo ancora ricordare l’attività di sceneggiatore per: “Venga a prendere il caffè da noi” film di Alberto Lattuada da un romanzo di Piero Chiara, “Don Chisciotte” film tv diretto da Maurizio Scaparro, “Delitto e castigo” miniserie televisiva dell’83, regia di Mario Missiroli.

Kezich morirà a Roma il 17 agosto 2009, ma il suo gioioso grido di battaglia – “Ndemo”! – sembra risuonare ancora, ovunque ci sia passione per il cinema e per Trieste.