C'è un passo del Notturno di Gabriele D'Annunzio che suona diverso da tutto il resto della sua opera. Non è la prosa infuocata dei discorsi interventisti, non è la retorica della vittoria. È qualcosa di più nudo: un uomo bendato, solo, che scrive su strisce di carta nel buio di una stanza veneziana con un solo occhio che ancora funziona e che forse perderà anch'esso.
"Non so se io abbia più sete di acqua o più sete di musica o di libertà. Sento il sole dietro le imposte, sento che c'è un'afa di marzo chiara e languida sul canale. La primavera entra in me come un nuovo tossico..."
È il gennaio 1916. D'Annunzio ha 52 anni e ha appena perso l'occhio destro in un incidente aereo. Il Friuli Venezia Giulia è il teatro principale di questa storia — Trieste sorvola da volantino, Aquileia cammina tra i cipressi del cimitero, Ronchi diventa il punto di partenza di un'altra impresa leggendaria. Ma prima, bisogna capire come un poeta di 50 anni decise di diventare aviatore.
Il battesimo del volo e l'interventismo aeronautico
D'Annunzio non aveva il brevetto di pilota — non l'avrebbe mai preso — ma questo non gli impedì di volare più di qualsiasi altro intellettuale italiano della sua generazione. Il suo primo contatto con il volo fu nel 1909, al Primo Circuito Aereo Internazionale di Brescia, come passeggero. Quello che vide lo travolse. Nei mesi successivi tenne una serie di conferenze aviatorie nel nord Italia per propagandare le potenzialità del mezzo aereo — un'attività che all'epoca sembrava eccentrica e che si sarebbe rivelata profetica.
Quando l'Italia entrò in guerra nel maggio 1915, D'Annunzio aveva già compiuto i cinquantadue anni. Poteva restare in Francia, dove viveva da esule a causa dei debiti, e godersi il ruolo di vate lontano. Scelse invece di tornare e combattere — letteralmente. Ottenne l'autorizzazione dal Comandante Supremo Luigi Cadorna a percorrere il fronte in lungo e in largo con il grado di tenente dei Lancieri di Novara, e il sostegno del Ministero della Marina per partecipare ad azioni aeree e navali.
Trieste e Trento: i voli propagandistici del 1915
Appena arrivato al fronte, D'Annunzio capisce immediatamente il potenziale del volo non solo come arma militare ma come strumento di comunicazione — quello che oggi chiameremmo soft power su scala bellica.
Nel 1915, a bordo di un idrovolante pilotato dal Tenente di Vascello Miraglia, D'Annunzio compie un volo dimostrativo sopra Trieste con lancio di volantini. La città è ancora in mano austriaca, ma è il cuore simbolico dell'irredentismo italiano — il luogo che più di ogni altro rappresenta il sogno risorgimentale incompiuto. Sorvolarla e lanciare carta tricolore è un gesto di sfida e di promessa insieme.
Il 20 settembre 1915 — anniversario della Presa di Porta Pia, la data più carica di simbologia per l'Italia unita — D'Annunzio è in volo su Trento. Anche qui, città simbolo dell'irredentismo ancora sotto controllo austriaco. I giornali danno grande rilievo all'impresa: il messaggio che ne deriva è preciso — l'interventismo italiano non è solo una scelta militare ma una causa morale, e D'Annunzio ne è il profeta in quota.
L'incidente, l'occhio perduto, il Notturno
All'inizio del 1916 D'Annunzio ha un incidente con il suo aereo che cade in mare. Batte la testa contro la mitragliatrice. Perde l'occhio destro. Rischia di perdere anche il sinistro.
Costretto al buio totale per settimane, immobile in una stanza veneziana, non smette di scrivere. Lo fa su strisce di carta sottili — per non sovrapporre le righe senza poter vedere — dettando al pensiero le sensazioni e i ricordi di quel buio forzato. Ne nasce il Notturno, pubblicato solo nel 1921 ma scritto proprio in quel periodo di immobilità sul Canal Grande.
Il passo citato — "sento il sole dietro le imposte... la primavera entra in me come un nuovo tossico" — è il D'Annunzio meno eroico e più umano: un uomo che ascolta i rumori del canale e i gabbiani e il battito di un motore marino perché non può fare altro. È un D'Annunzio che non aveva spazio nella retorica di guerra dell'epoca, e che riaffiora invece con forza nella letteratura.
La cecità durò mesi. Ma D'Annunzio tornò a volare.
1917: Pola, Cattaro, Buccari
D'Annunzio, sensibilissimo al tema aeronautico, intuisce che l'aviazione ha un potenziale propagandistico notevole. Nel 1917 concentra la sua attività su due grandi operazioni aeree: il bombardamento di Pola per colpire il porto della principale base navale austriaca nell'Adriatico, e quello di Cattaro (oggi Kotor, in Montenegro), per attaccare la grande flotta da guerra austro-ungarica ancorata nella base portuale. Nello stesso anno partecipa alla famosa Beffa di Buccari — un'incursione con i MAS nella baia di Buccari, in Dalmazia, durante la quale vengono affondate navi nemiche e lasciate in acqua bottiglie con messaggi provocatori firmati dagli "arditi d'Italia".
Il volo su Vienna: 9 agosto 1918
Ma l'impresa che consegna D'Annunzio alla storia dell'aviazione è il volo su Vienna del 9 agosto 1918 — quello che lui stesso chiama il "folle volo" e che rimane a tutt'oggi uno dei raid più audaci e tecnicamente impegnativi dell'intera Prima guerra mondiale.
L'idea aveva radici lontane. D'Annunzio aveva proposto un'operazione simile già nel 1915, ma le sue idee non erano state approvate. Per anni insistette con gli alti comandi, arrivando a compiere un volo dimostrativo di mille chilometri sulle Alpi per provare di essere fisicamente in grado di affrontare un'impresa del genere.
Nel luglio 1918 si approntano undici aeroplani Ansaldo SVA, ultimissimo modello, dell'87ª squadriglia battezzata "La Serenissima". I velivoli hanno il serbatoio appositamente modificato per il lungo volo, mentre l'aereo pilotato dal capitano Natale Palli diventa biposto per ospitare il poeta, che si accomoda sopra il serbatoio aggiuntivo su un sedile prontamente ribattezzato "la seggiola incendiaria". Sulle fiancate degli SVA campeggia l'emblema del leone di San Marco e il motto latino Iterum rudit leo — il leone torna a ruggire.
I primi due tentativi falliscono — il 2 agosto per nebbia, l'8 agosto per nubi eccessive sull'Austria. Al terzo tentativo, la mattina del 9 agosto, D'Annunzio arringa così i piloti: "Mi è stato ordinato di partire con una squadriglia di undici. Mi è stato ordinato di non proseguire se nella rotta la squadriglia si riduca a meno di cinque. Voi dunque siete i miei cinque, giurati a mantenere tra la mia ala e la vostra, sino alla meta, la distanza prefissa. Nessuno di voi si arresterà se non con l'ultimo battito del motore."
Partono alle ore 5:50 dal campo di San Pelagio vicino Padova. Dopo aver percorso in formazione mille chilometri — di cui ottocento in territorio nemico — gli apparecchi raggiungono Vienna alle 9:20 e si abbassano a quota inferiore agli ottocento metri per lanciare migliaia di manifestini tricolori.
Il testo italiano era di D'Annunzio stesso; quello tedesco era opera del giornalista Ugo Ojetti, commissario per la propaganda sul nemico: "Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà. Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, agli anziani, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo, nemico delle libertà nazionali."
Dopo aver valicato le Alpi, la formazione aerea sorvolò Lubiana, quindi Trieste — dove un idrovolante austriaco tentò inutilmente di inseguirli — e poi Venezia, dove D'Annunzio scelse di far cadere un messaggio augurale per comunicare all'ammiraglio e al sindaco il felice esito dell'impresa. Alle 12:40 gli aerei rientrarono al campo di San Pelagio dopo sette ore e dieci minuti di volo.
L'eco internazionale
Notevoli gli elogi della stampa italiana, come il Corriere della Sera che il 10 agosto titolò a caratteri cubitali "Otto velivoli italiani su Vienna". Ma la risposta più sorprendente arrivò dalla stampa austriaca. L'Arbeiter Zeitung scrisse: "D'Annunzio, che noi ritenevamo un uomo gonfio di presunzione, l'oratore pagato per la propaganda di guerra grande stile, ha dimostrato d'essere un uomo all'altezza del compito. E i nostri D'Annunzio, dove sono? Anche tra noi si contano in gran numero quelli che allo scoppiar della guerra declamarono enfatiche poesie. Però nessuno di loro ha il coraggio di fare l'aviatore!"
La sera stessa del 9 agosto, a Vienna, un volantino tricolore raccolto per strada veniva acquistato per 500 corone. A seguito di queste imprese D'Annunzio verrà insignito di cinque medaglie d'argento, una d'oro, una di bronzo e la Croce di Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia.
Aquileia, i cipressi e Ronchi: D'Annunzio in Friuli
Il legame di D'Annunzio con il Friuli Venezia Giulia non si esaurisce nei voli operativi. È anche un legame di poesia e memoria.
Ad Aquileia, già nel novembre 1915, D'Annunzio aveva camminato tra i cipressi del nascente Cimitero degli Eroi alle spalle della Basilica, dove don Celso Costantini stava organizzando le prime sepolture ordinate dei caduti. Tra i due nacque un'amicizia. Il poeta compose un salmo per commemorare i soldati caduti al fronte, letto il 2 novembre 1915; tre versi furono incisi su una targa marmorea sull'abside della Basilica — distrutta dagli austriaci dopo Caporetto e poi ricostruita nel 1918. Sono le parole che ancora oggi si leggono ad Aquileia: "O Aquileia, donna di tristezza, sovrana di dolore, tu serbi le primizie della forza nei tumuli di zolle, all'ombra dei cipressi pensierosi."
A Ronchi di Monfalcone — ribattezzata proprio per questo Ronchi dei Legionari — il 12 settembre 1919 D'Annunzio radunò i suoi legionari prima della Marcia su Fiume, l'impresa con cui cercò di annettere all'Italia la città istriana contesa. Il discorso ai legionari radunati a Ronchi, poi raccolto nell'opera Penultima Ventura, è uno dei testi più carichi di simbologia del periodo: pugnale, gagliardetto, il grido "Eia Alalà!" che sarebbe poi diventato parte del rituale fascista. È un D'Annunzio che dal Friuli guarda verso l'Adriatico con gli stessi occhi con cui aveva guardato Vienna dall'alto — convinto che la guerra non fosse ancora finita, e che toccasse a lui finirla.
Il D'Annunzio che resta in Friuli Venezia Giulia
Oggi il Friuli conserva tracce diffuse del D'Annunzio di quegli anni. Ad Aquileia la targa sull'abside. A Trieste, la città che aveva sorvolato nel 1915 e che sarebbe tornata italiana nel 1918. A Ronchi dei Legionari, il nome stesso della città è il suo monumento. A Gorizia, teatro delle battaglie dell'Isonzo che aveva visitato e cantato.
Il biposto SVA con cui D'Annunzio e Natale Palli volarono su Vienna è oggi custodito al Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera sul Lago di Garda — la dimora in cui il poeta si ritirò dopo la guerra e dove morì nel 1938. Per chi vuole seguire la traccia friulana di D'Annunzio, il percorso ideale va da Aquileia a Trieste, con una sosta a Ronchi dei Legionari, lungo la strada che lui stesso percorse più volte tra il 1915 e il 1919 — a piedi, in auto, in volo.
D'Annunzio senza brevetto, su un sedile ribattezzato "incendiario", con un occhio solo, a cinquantacinque anni, sopra Vienna. La Grande Guerra ha avuto molti protagonisti più coerenti di lui, più seri, più disinteressati. Ma pochi che abbiano vissuto quella guerra con la stessa intensità fisica — come se la retorica non bastasse e fosse necessario metterci il corpo. Il corpo, in effetti, c'era: le cicatrici, l'occhio perso, le strisce di carta scritte nel buio. Il Notturno è lì a ricordarlo.
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