C'è una notte — quella tra il 23 e il 24 ottobre 1917 — in cui un giovane ufficiale tedesco di 26 anni è acquattato con i suoi uomini sulla riva sinistra dell'Isonzo, vicino a Tolmino, sotto una pioggia torrenziale. Sta aspettando le due di notte. Ha già combattuto in Francia, in Alsazia, in Romania. Sa aspettare. Sa che il segnale che aspetta — mille bocche di fuoco che aprono insieme — cambierà qualcosa di importante.
Quella notte inizia l'offensiva di Caporetto. E inizia anche, su questi monti del Friuli orientale, la leggenda militare di Erwin Rommel.
Chi era Rommel nel 1917
Erwin Rommel era nato nel 1891 in Svevia, figlio di un professore di matematica del Württemberg. Non aristocratico, non prussiano — borghese, ostinato, con una mente spiccatamente matematica e un istinto tattico che si era rivelato fin dai primi combattimenti sul fronte francese nell'agosto 1914. Nel settembre di quell'anno aveva già guadagnato la Croce di Ferro di seconda classe. Nei mesi successivi, la prima classe.
Nel 1915, lasciato il reggimento di fanteria, era passato al Battaglione da Montagna del Württemberg, una formazione inquadrata nell'Alpenkorps tedesco ma anomala per composizione: non specialisti dell'alta quota alpina come i Bavaresi, ma soldati addestrati alle lunghe marce su terreno accidentato, alla resistenza prolungata, alla guerra di movimento in montagna. La loro specialità non era l'alpinismo tecnico ma la velocità, la sorpresa, la capacità di coprire dislivelli enormi con un fucile e una mitragliatrice sulle spalle.
Dopo esperienze in Alsazia e in Romania — dove aveva combattuto la sanguinosa battaglia del Monte Cosna — Rommel rientrò nell'ottobre 1917 dal suo reparto, che nel frattempo era stato trasferito dalla Carinzia austriaca in posizione d'attacco sull'Isonzo.
Il Battaglione del Württemberg: il viaggio verso Tolmino
A soli 26 anni, Rommel era un giovane primo tenente del Battaglione Fucilieri da Montagna del Württemberg, inserito nel gruppo di truppe d'élite dell'Alpenkorps e reduce da precedenti esperienze di combattimento sul fronte della Transilvania.
Il percorso del battaglione per arrivare alla base di partenza era già stato un'impresa logistica notevole. Il reparto era partito dalla Carinzia, aveva attraversato a piedi le Karavanke, era sceso a Kranj nella vallata della Sava, e percorrendo la difficile strada di Podbrdo aveva raggiunto la conca di Tolmino, di fronte al Monte Hevnik — il punto da cui sarebbe scattata l'offensiva il 24 ottobre.
A Rommel venne assegnato il comando di tre compagnie di fucilieri da montagna e una di mitraglieri. Il compito: attraversare l'Isonzo, superare la prima linea italiana e avanzare verso le creste del Kolovrat.
24 ottobre, ore 2:00: lo sfondamento
Alle due in punto di notte, mille bocche di fuoco aprirono il fuoco simultaneamente sui monti intorno a Tolmino. Rommel era infreddolito come i suoi uomini. Tutti in attesa, tutti sotto la pioggia.
I fucilieri del Württemberg si trovarono oltre l'Isonzo in breve tempo, in mezzo alla prima linea italiana, per poi avanzare lungo sentieri scoscesi verso la seconda. La tattica era quella che Rommel aveva affinato in mesi di addestramento e combattimento: non attaccare frontalmente le posizioni forti, ma aggirarle, infiltrarsi tra un caposaldo e l'altro, prendere il nemico alle spalle prima che capisse da dove veniva l'attacco.
I fucilieri iniziarono la salita verso il Kolovrat. Verso la fine della salita gli Italiani aprirono il fuoco dalla seconda linea difensiva. Rommel ordinò a una pattuglia di prendere la postazione di sorpresa tramite un aggiramento. Pochi minuti dopo, decine di prigionieri erano catturati senza aspettarsi un attacco da dietro.
La pioggia cessò. In una schiarita, i tedeschi videro il Kolovrat. Nella sera del 24 ottobre Rommel conquistò, a quota 1.114 metri, la sommità dello strategico Monte Kolovrat. Primo obiettivo centrato.
25 ottobre: il Kuk, Luico, la notte verso Jevschek
La mattina del 25 ottobre, alle cinque, arrivò il Maggiore Sproesser con il resto del battaglione e quattro compagnie aggiuntive. Il giorno successivo fu espugnato il Monte Nagnoj, cui seguì il Monte Kuk occupato dopo duri combattimenti.
Sul Kuk gli italiani sparavano con mitragliatrici pesanti, trincerati su tre linee. Rommel aspettò l'arrivo dei suoi fucilieri, chiese via telefono l'appoggio dell'artiglieria pesante e attaccò. Gli italiani avanzati vengono presi di sorpresa da dietro: la terza linea cadde in mano tedesca.
Alle 16:00 del 25 ottobre il tenente iniziò la salita verso Jevschek, nonostante i suoi uomini fossero provati dalla stanchezza, senza un pasto caldo, con le divise fradice. La colonna salì in silenzio, illuminata dalla luna, tra cespugli e arbusti. Si sentivano le voci dei fanti italiani che tradivano la propria posizione.
Alle 11:30 di notte i fucilieri si avvicinarono silenziosi al villaggio. I cani abbaiarono. I tedeschi vennero investiti da un vivace fuoco di mitraglia ma Rommel ordinò di non rispondere. Tornò il silenzio. Il distaccamento si concesse una sosta: caffè, zucchero, pane, frutta e vino portati dagli abitanti del paese, sloveni spaventati dagli avvenimenti della notte. Seduti intorno al fuoco, i fucilieri studiarono le mappe. Il successivo obiettivo era il Monte Gragonza, 260 metri più in alto.
26 ottobre: la conquista del Matajur
Rommel volle prendere gli italiani alle spalle. I fucilieri si rimisero in marcia col buio. Arrivò l'alba. Rommel attaccò alle spalle la postazione italiana sul Gragonza mentre i battaglioni della 12ª Divisione Slesiana, saliti da nord, la tenevano impegnata frontalmente. Preso da due fuochi, quasi un intero reggimento cadde prigioniero — ma solo dopo una valorosa difesa.
L'obiettivo successivo fu la quota 1.356 del Monte Mrzli. Imprendibile con le sole forze disponibili, Rommel tornò a cercare rinforzi, si imbatté in un reparto italiano che marciava sulla stessa strada e lo schivò di corsa, evitando per poco la cattura. Raccolti i fucilieri necessari, attaccò il battaglione italiano della brigata Salerno: i soldati si arresero in parte, fuggirono in parte verso nord.
Superato il Mrzli, restavano 200 metri di dislivello fino alla vetta del Matajur. Rommel piegò verso ovest per aggirare le posizioni italiane di cresta. La compagnia del Regio Esercito attestata sull'ultimo tratto era schierata fronte a nord, impegnata in uno scontro a fuoco con pattuglie della 12ª Divisione che saliva da Monte Colonna. L'improvvisa comparsa dei fucilieri del Württemberg con le armi puntate alle spalle costrinse gli italiani ad arrendersi.
Alle 11:40 del 26 ottobre tre razzi verdi e uno bianco annunciarono che il massiccio del Matajur era caduto.
In ottanta ore di combattimenti Rommel avanzò con i suoi uomini di 50 chilometri, catturò 15.000 prigionieri e subì un numero ridottissimo di perdite: 9 caduti e 50 feriti. Il percorso aveva attraversato il cuore del sistema difensivo italiano sull'alto Isonzo — Tolmino, Kolovrat, Kuk, Matajur — in un movimento continuo che non aveva quasi mai rallentato.
Vale la pena di notare cosa significasse fisicamente quella marcia: il battaglione aveva superato un dislivello complessivo di 2,5 km in salita e 800 metri in discesa, portando in spalla le mitragliatrici pesanti, coprendo 18 km in linea d'aria attraverso un sistema fortificato nemico, sempre in prima linea.
27 ottobre: verso Cividale del Friuli
Sulla cima del Matajur, Rommel ricevette l'ordine dal Maggiore Sproesser di raggiungere Masseris, 800 metri più in basso. Con lui c'erano anche i prigionieri italiani della Brigata Salerno. Nel suo diario di guerra, Rommel annotò la bellezza dei luoghi e descrisse la cena silenziosa con gli ufficiali superiori prigionieri, invitati a tavola secondo i protocolli militari — uomini troppo scossi per mangiare o parlare.
Prima dell'alba del 27 ottobre il distaccamento si rimise in marcia verso la Valle del Natisone in direzione di Cividale. Le truppe sveve dilagarono nelle Valli del Natisone verso Pulfero, tagliando una delle direttrici principali per la ritirata dei soldati italiani, avanzando verso San Pietro del Natisone, Sanguarzo e Cividale.
A Sanguarzo Rommel incontrò il suo comandante. Poi assieme al Tenente Streicher avanzò tra le raffiche delle mitragliatrici mentre i fucilieri tedeschi erano impegnati nello scontro sul Monte Purgessimo contro gli italiani, che difendevano la posizione con valore. Procedette verso la periferia di Cividale e vide la città in fiamme.
Il Comando di Cividale aveva affidato al giovane ufficiale Francesco Giorgi il compito di far saltare i binari della stazione e il Ponte del Diavolo. Alle 15:45 i primi soldati imperiali entrarono in città. Poco dopo, dal ponte sul Natisone, si sentì uno scoppio. Giorgi rimase ferito nello scontro a fuoco e morì entro un mese. Gli fu assegnata una medaglia d'argento al valor militare alla memoria.
Rommel lasciò Cividale quella sera, si spostò verso Campeglio e riprese l'inseguimento dell'esercito in ritirata il mattino del 28, sotto una pioggia torrenziale, verso il fiume Torre.
Da Cividale al Piave: la corsa non si ferma
L'avanzata del distaccamento Rommel non si fermò al Torre. L'offensiva proseguì oltre il Tagliamento sulla strada militare del Vajont, culminando con una nuova azione a Longarone: il 10 novembre 1917 Rommel ricevette la resa delle truppe italiane in ritirata comunicando di aver catturato 200 ufficiali, 8.000 uomini, 20 cannoni da montagna, 60 mitragliatrici, 250 carri e 600 bestie da soma — con la perdita di un solo uomo e due feriti.
Il 3 novembre 1917 il generale von Tutschek aveva valutato così il contributo dei fucilieri da montagna: la conquista del Monte Cucco, il possesso di Luico, lo sfondamento del Matajur a opera del distaccamento Rommel avevano avviato l'irresistibile inseguimento su tutto il fronte.
Il Pour le Mérite e il libro di Caporetto
Il 18 dicembre 1917 fu una giornata che Rommel non dimenticò. Il battaglione stava scendendo dal cocuzzolo della Stella verso Schievening quando la posta militare consegnò due piccoli pacchi: le insegne dell'Ordine Pour le Mérite destinate al Maggiore Sproesser e a Rommel. Era l'onorificenza militare più alta dell'esercito imperiale tedesco, concessa raramente, e Rommel ne era il più giovane insignito tra gli ufficiali di fanteria di tutta la Grande Guerra.
Nel 1937, quando pubblicò la prima edizione di Fanteria all'attacco, Rommel insegnava alla scuola di guerra di Potsdam. Era ormai una leggenda per i giovani ufficiali tedeschi, e il libro fu visto come una guida pratica alla conduzione di un reparto di fanteria sul terreno accidentato della montagna. La campagna italiana occupava il cuore del volume — non perché fosse la più importante delle sue battaglie, ma perché era quella in cui il suo metodo tattico si era rivelato nella forma più pura: infiltrazione, velocità, sorpresa, attacco alle spalle.
Vale la pena di ricordare, però, che il libro è un documento parziale. Va preso con un certo distacco per via delle semplificazioni e delle righe autoelogiative: era destinato a ufficiali di una scuola di guerra tedesca, parecchi anni dopo i fatti, e la prospettiva dell'apporto austro-ungarico è tenuta in secondo piano rispetto all'azione del proprio reparto. La caduta del Matajur, ad esempio, viene contestata dalla ricostruzione italiana: secondo fonti del Regio Esercito, la sua conquista fu il risultato di un potente schieramento di forze, di cui Rommel rappresentava una parte rilevante ma non esclusiva.
Quanto al rispetto verso l'avversario — un elemento che colpisce chi legge il diario — Rommel era esplicito. Scrisse della bellezza dei luoghi friulani, della cena in silenzio con gli ufficiali prigionieri, del loro coraggio. Il suo giudizio sui soldati italiani, secondo chi ha letto il libro da ufficiale di fanteria nel Nordest, è molto più obiettivo e generoso di quello di Cadorna e degli altri generali italiani.
Dove andare oggi: i luoghi di Rommel in Friuli
I luoghi dell'impresa del distaccamento Rommel sono oggi percorribili attraverso un itinerario che attraversa alcune delle aree più belle e meno frequentate del Friuli orientale.
Il Kolovrat si estende al confine italo-sloveno sopra Cividale. Sul versante italiano è raggiungibile da vari punti delle Valli del Natisone; sul versante sloveno, accessibile da Kobarid, ci sono pannelli e percorsi dedicati alla Grande Guerra lungo la cresta che Rommel scalò nella notte del 24 ottobre.
Il Monte Matajur (1.641 m) è la vetta principale delle Valli del Natisone, raggiungibile con una lunga escursione da Stupizza o da altri punti di accesso nella valle. Non è un'escursione facile, ma ripaga con una visuale straordinaria sull'intero teatro della battaglia.
Cividale del Friuli conserva il Ponte del Diavolo, fatto saltare dal tenente Giorgi per rallentare l'avanzata tedesca il 27 ottobre 1917. Il Museo Nazionale di Cividale offre materiali sulla Prima guerra mondiale e sulla storia della città nel contesto del fronte orientale.
Il Museo della Grande Guerra di Kobarid (Slovenia), raggiungibile in circa 45 minuti da Cividale, è il punto di riferimento scientifico e narrativo più completo sull'intera battaglia di Caporetto — vincitore del Premio del Museo Europeo dell'Anno — e dedica ampio spazio alle operazioni del Battaglione del Württemberg.
Per chi vuole approfondire, Fanteria all'attacco a Caporetto. Ottobre 1917 è disponibile in traduzione italiana per LEG Edizioni di Gorizia — una lettura che, presa con il necessario distacco critico, rimane il documento più vivido sull'esperienza di quei giorni dal punto di vista di chi li ha vissuti dall'altra parte.
Rommel lasciò il Battaglione da Montagna del Württemberg nel gennaio 1918, trasferito allo stato maggiore. Nell'ultima pagina del suo diario di guerra scrisse: "Con il cuore angosciato seguo da qui le vicende vissute dal Battaglione da Montagna del Württemberg nell'ultimo anno di guerra: la Grande Battaglia di Francia, la conquista dello Chemin de Dames... La ritirata attraverso la Marna, le battaglie di Verdun. Queste battaglie creano enormi vuoti nelle file dei vincitori del Kolovrat, del Matajur, di Cimolais e di Longarone. Solo a una piccola parte di essi sarà concesso di rivedere la patria." Il Friuli era rimasto, per lui, il luogo in cui aveva capito come si combatte e come si vince. E il luogo in cui aveva capito, forse, anche quanto costa.
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