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Redipuglia: il cimitero austro-ungarico e il Sacrario italiano

A Fogliano Redipuglia riposano oltre 114.000 soldati di due eserciti nemici a poche centinaia di metri l'uno dall'altro. La storia del cimitero austro-ungarico e del Sacrario.

Redipuglia: il cimitero austro-ungarico e il Sacrario italiano - Grande Guerra in Friuli Venezia Giulia

C'è qualcosa di straniante, la prima volta che si arriva a Fogliano Redipuglia. Da un lato della strada statale sale la grande scalinata del Sacrario italiano — marmo bianco, geometria fascista, centomila nomi incisi nelle lapidi di bronzo. Dall'altro lato, a poche centinaia di metri in direzione del fiume Isonzo, si apre un cancello discreto che porta il conto delle 14.550 salme austro-ungariche nel silenzio di un viale di cipressi.

Due eserciti che si sono massacrati per tre anni sull'Isonzo e sul Carso. Due cimiteri a meno di un chilometro l'uno dall'altro. Due modi radicalmente diversi di ricordare i morti di guerra — quello monumentale del regime che ha vinto, quello sobrio e volontaristico di chi ha perso.

Redipuglia è tutto questo insieme: il posto più denso di memoria bellica in Friuli Venezia Giulia, e probabilmente uno dei luoghi più intensi d'Italia per chiunque voglia capire cosa è stata davvero la Prima guerra mondiale.

Il cimitero austro-ungarico: "uniti nella vita e nella morte"

Sul portale d'ingresso del cimitero austro-ungarico di Fogliano Redipuglia campeggia in alto una scritta in tedesco: Im Leben und im Tode vereint. Uniti nella vita e nella morte. È l'epigrafe che accoglie il visitatore prima ancora di entrare — una frase che potrebbe sembrare retorica e invece, in questo contesto, ha il peso specifico di una verità storica. L'esercito austro-ungarico era composto da soldati di almeno undici nazionalità diverse: tedeschi, ungheresi, cechi, croati, sloveni, polacchi, rumeni, italiani dell'Impero, bosniaci. Morivano insieme sulle stesse colline del Carso e riposano qui insieme, senza distinzione.

Il cimitero è recintato da un muro. Ai lati del portale d'ingresso vi sono due lastre di marmo, una in italiano e l'altra in tedesco, che ricordano i lavori di restauro del cimitero avvenuti nel 1974 e nel 1989. Il sito era stato recuperato dal governo provinciale della Stiria e dai volontari dei Giovani Pompieri stiriani nel 1974, per essere poi riordinato nel 1989 dall'Associazione Croce Nera Austriaca.

Non è lo Stato italiano che mantiene questo cimitero — non è mai stato suo. È un cimitero straniero in terra italiana, curato da volontari austriaci e da una squadra locale di associati che si occupano della pulizia e della manutenzione con la dedizione silenziosa di chi sa che nessuno verrà mai a fare titoli sul loro lavoro.

Dentro il cimitero: la geometria del lutto

All'interno il cimitero austro-ungarico è abbellito da aiuole e ombreggiato da due file di cipressi, ai cui lati vi sono le tombe di 2.550 caduti identificati, ordinate in tumuli di terra e segnate da cippi in cemento che portano l'indicazione del nome di ciascun caduto.

Il contrasto con il Sacrario italiano è immediato e eloquente. Là marmo bianco, gradinate monumentali, iscrizioni scolpite nel bronzo, la retorica della pietra eterna. Qui terra, cipressi, cippi grigi — una sobrietà che non è miseria ma scelta, o forse necessità. Il lutto dei vinti non può permettersi il marmo.

In fondo, al centro, in una grande tomba comune sormontata da un'artistica croce, sono custoditi i resti di 7.000 caduti ignoti. Sono la metà esatta del totale. Sette mila persone di cui non si sa il nome, la nazionalità, l'età — raccolti da cimiteri di guerra dismessi e portati qui dopo la guerra, quando l'Austria-Ungheria non esisteva più e nessun governo aveva la responsabilità di cercarli uno a uno.

La grande lapide sulla tomba comune recita: "Qui, pietà fraterna dell'Italia vittoriosa raccolse nella luce dell'ignoto 7.000 prodi dell'Esercito Austro-ungarico caduti per amor di Patria." Un'iscrizione che merita di essere letta lentamente: l'Italia vittoriosa che si prende cura dei morti del nemico, definiti "prodi" e riconosciuti come mossi dallo stesso "amor di Patria" dei propri soldati. È una delle poche formulazioni della Prima guerra mondiale che rifiuta la logica binaria del vincitore e dello sconfitto.

Nel 2014 il cimitero austro-ungarico è stato una delle tappe del viaggio che Papa Francesco ha compiuto in occasione del centenario dell'inizio della Prima guerra mondiale — un gesto che ha restituito visibilità internazionale a un luogo che molti turisti ignorano passando davanti al Sacrario.

Il Sacrario italiano: centomila nomi nel marmo

A pochi passi, sul versante occidentale del Monte Sei Busi, il Sacrario militare di Redipuglia racconta la stessa guerra in un linguaggio radicalmente diverso.

Il sacrario militare di Redipuglia è il maggiore cimitero militare italiano, costruito dal governo Mussolini e inaugurato il 18 settembre 1938, alla presenza del capo del governo. Contiene le spoglie di oltre 100.000 soldati italiani caduti durante la Prima guerra mondiale.

Fu progettato dall'architetto Giovanni Greppi e dallo scultore Giannino Castiglioni. Con i suoi 52 ettari è uno dei più estesi cimiteri militari del mondo, fulcro di un parco commemorativo di oltre 100 ettari che comprende una parte del Carso goriziano-monfalconese.

L'ingresso avviene attraverso la Via Eroica, fiancheggiata da trentotto lapidi di bronzo che portano inciso il nome delle località dove la lotta fu più aspra e sanguinosa sull'Isonzo e sul Carso. In fondo alla via, la grande tomba di Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d'Aosta, comandante della 3ª Armata — l'uomo che ha dato il nome agli "Invitti" del primo cimitero sul Colle Sant'Elia.

Quindi la monumentale scalea alta oltre 50 metri, composta da 22 gradoni, con tre croci in cima a rappresentare il Calvario. Sui gradoni, in ordine alfabetico dal basso verso l'alto, riposano le spoglie di circa 40.000 caduti identificati, i cui nomi figurano incisi in singole lapidi di bronzo.

L'architettura è il prodotto inequivocabile del regime fascista che l'ha voluta: la monumentalità come strumento di propaganda, l'individuo dissolto nella collettività disciplinata anche dopo la morte, la pietra come eternità della nazione. Lo si può leggere criticamente — e vale farlo — senza che questo tolga nulla all'intensità di stare davanti a centomila lapidi nel silenzio di un pomeriggio.

Nella parte posteriore dell'ultimo gradone sono allestite due salette museali con fotografie del primo Sacrario, documenti, reperti bellici e dipinti. Sul pianoro, a Quota 89, si trova l'Osservatorio e un plastico del territorio che evidenzia la linea di confine all'alba del 24 ottobre 1917.

Il Colle Sant'Elia: il cimitero che c'era prima

Di fronte al Sacrario, dall'altra parte della strada, il Colle Sant'Elia racconta la storia precedente — quella del primo luogo di sepoltura, prima che il regime decidesse di fare qualcosa di più grande.

Fu il colonnello Vincenzo Paladini, incaricato nel 1919 dalla Commissione Nazionale per le Onoranze ai Caduti di riordinare i cimiteri di guerra disseminati sul Carso, a progettare il primo cimitero sul Colle. L'opera, costituita da un'architettura a gradoni che sfruttava le falde del rilievo, fu inaugurata il 24 maggio 1923 con la tumulazione di 30.000 caduti della 3ª Armata. Sulla cima fu posizionato un obelisco a forma di faro con una cappelletta sottostante.

Quando nel 1931 Emanuele Filiberto morì e fu tumulato nella cripta sotto l'obelisco-faro, si pose il problema di dare al luogo una sistemazione più monumentale. Il risultato — dopo anni di proposte e progetti rimasti nel cassetto — fu la costruzione del nuovo Sacrario sul Monte Sei Busi, completato nel 1938. Le salme del Colle Sant'Elia furono traslate nel nuovo monumento.

Il Colle ospita oggi 35 cippi commemorativi sui quali hanno trovato sistemazione una piccola lapide in pietra con una frase alla memoria e cimeli di guerra bronzati riferiti ai militari e ai reparti che combatterono in quei luoghi. Ospita anche la Galleria Sant'Elia, costruita dagli austro-ungarici e completata nella primavera del 1915 dagli italiani durante l'occupazione del colle, utilizzata nel 1943-45 dai germanici per difesa.

Sulla sommità del colle un frammento di colonna romana, proveniente dagli scavi di Aquileia, celebra la memoria dei caduti di tutte le guerre, "senza distinzione di tempi e di fortune".

Perché visitare entrambi

La tentazione, arrivando a Redipuglia, è fermarsi al Sacrario — che è il più grande, il più visibile, quello che appare su tutti i libri di storia. Vale invece la pena dedicare tempo anche al cimitero austro-ungarico, per una ragione semplice: i due luoghi insieme raccontano qualcosa che nessuno dei due da solo riesce a dire.

Il Sacrario italiano è la narrazione del vincitore: monumentale, ordinata, costruita per impressionare. Il cimitero austro-ungarico è la narrazione del vinto: sobria, curata da volontari stranieri, dimenticata dai grandi itinerari turistici. Eppure qui riposano i soldati dello stesso conflitto, morti spesso a poche centinaia di metri di distanza l'uno dall'altro sull'Isonzo. La guerra non ha fatto distinzioni — l'ha fatto, invece, la pace che è venuta dopo.

La visita è gratuita. Il Sacrario è sempre aperto. Il cimitero austro-ungarico è aperto tutti i giorni dalle 8:30 alle 18:30.

Informazioni pratiche per la visita

Come arrivare: in auto, autostrada A4 Torino-Venezia-Trieste con uscita Redipuglia-Monfalcone Ovest, poi seguire le indicazioni per il Sacrario sulla SR 305. In treno, la stazione ferroviaria di Redipuglia sulla linea Udine-Gorizia-Trieste è adiacente al Sacrario. In aereo, l'aeroporto di Trieste-Ronchi dei Legionari dista 5 km.

Il cimitero austro-ungarico si trova lungo la strada statale SS305 a meno di un chilometro dal Sacrario in direzione del fiume Isonzo — facilmente raggiungibile a piedi dal parcheggio del Sacrario in dieci minuti. Indirizzo: Via III Armata (km 11 VIII), Fogliano Redipuglia (GO).

Nei dintorni: il sito di Redipuglia è parte di un sistema di luoghi della Grande Guerra che include la Dolina dei Bersaglieri, il Monte San Michele, le trincee del Monte Sei Busi e il Parco Tematico della Grande Guerra di Monfalcone. Chi ha tempo può percorrere l'intero itinerario a piedi o in bici lungo la SR 305 e i sentieri del Carso. Per eventi commemorativi e informazioni: IAT Fogliano Redipuglia, Via III Armata 37, tel. 0481 489139.

La cerimonia del 4 novembre: ogni anno, in occasione dell'anniversario dell'armistizio, il Sacrario ospita la cerimonia commemorativa nazionale. È il principale luogo di commemorazione dei 689.000 soldati italiani morti nella Grande Guerra.

Chicca insider: la stazione ferroviaria di Redipuglia, costruita nel 1936 in stile razionalista contestualmente al Sacrario, è essa stessa un monumento da osservare. Fu voluta dal regime per dare ai visitatori un accesso ferroviario diretto al luogo della memoria — un caso raro di architettura stazione progettata come parte integrante di un complesso commemorativo.


Ci sono posti dove la storia si capisce meglio stando in silenzio che leggendo libri. Redipuglia è uno di questi. Non per la retorica del marmo — quella si può leggere ovunque — ma per il dettaglio del cippo grigio con un nome tedesco o ceco o croato nel viale dei cipressi, a pochi passi dalla scalinata monumentale che celebra i vincitori. La guerra, da entrambe le parti, aveva mandato avanti gente che non aveva scelto di essere lì. Il cimitero austro-ungarico di Fogliano lo dice a voce bassa, senza tante iscrizioni. È forse per questo che vale la pena cercarlo, oltre il Sacrario.

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