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Battaglia di Castelmonte 1917: donne e feriti dopo Caporetto

Il 27 ottobre 1917, mentre le brigate italiane ripiegavano da Castelmonte dopo Caporetto, le donne dei borghi vicini uscirono tra i boschi a soccorrere i feriti.

Battaglia di Castelmonte 1917: donne e feriti dopo Caporetto - Grande Guerra in Friuli Venezia Giulia

La battaglia di Castelmonte, 27 ottobre 1917: quando le donne tenevano in vita i soldati

Piove senza smettere sulla valle dello Judrio. È la sera del 27 ottobre 1917 e i primi feriti arrivano a Jainich e a Tribil portati a braccia dai compagni superstiti. Dal bosco, dalle balze sopra Jalmicco, si sentono tutta la notte i gemiti di chi non ce la fa a muoversi e il rantolo di chi sta morendo. Le brigate italiane si ritirano nel buio e nella pioggia verso Prepotto, verso Ipplis, verso qualsiasi posto che non sia questo monte. Castelmonte è caduta.

Quello che accade nelle ore e nei giorni seguenti non è storia militare nel senso tradizionale del termine. È qualcos'altro: è la storia di chi la guerra non l'ha scelta, non ha un fucile, non ha un grado, e tuttavia resta — o meglio, esce — per fare quello che può fare. Le donne di Tribil, Altana, Oborca, Jalmicco. Con i pentoloni di latte, le bende ricavate dalle lenzuola, le poche uova rimaste nel pollaio.

Il contesto: Caporetto e la valle dello Judrio

Per capire quello che succede a Castelmonte il 27 ottobre 1917 bisogna sapere dove si trova e che cosa sta accadendo intorno. Lo sfondamento austro-tedesco di Caporetto aveva come obiettivo, sul versante meridionale, il controllo della valley dello Judrio e l'avanzata su Cividale del Friuli: le forze tedesche del XXVIII Corpo d'armata erano schierate nella valle del Judrio, a nord di Cormons, con la brigata Milano tra gli altri reparti.

Da Castelmonte, nel comune di Prepotto, a monte Spig erano schierati i resti delle brigate "La Spezia" e "Taro", fortemente indebolite il 24 ottobre da un attacco tedesco, e il 261° e 262° reggimento della brigata "Elba", anch'essi provati dai combattimenti avvenuti il 25 e il 26 ottobre. Da Castelmonte allo Judrio erano presenti invece le brigate "Salerno" e il resto della "Ferrara", parte della 62ª Divisione del generale Napoleone Fochetti, il cui comando era stato impostato proprio a Castelmonte.

In altri termini: il santuario mariano più antico del Friuli, il borgo arroccato sulle Prealpi Giulie che da secoli accoglieva pellegrini da tutto il Nordest, era diventato per quei giorni un nodo tattico cruciale nella linea di resistenza italiana.

Il 27 ottobre: la battaglia e il ripiegamento

Già all'alba del 27, mentre lo sfondamento di Caporetto tre giorni prima aveva innescato un collasso progressivo del fronte, la situazione intorno a Castelmonte era critica. L'artiglieria avversaria — tedesca, con le brigate dell'Alpenkorps e granatieri del Brandeburgo — disponeva di parecchie batterie di piccolo e medio calibro. I soldati italiani vennero appoggiati dal fuoco di una sola batteria da montagna, subito contrastata e in breve ridotta al silenzio.

Le brigate cominciarono a ripiegare intorno alle 16:30. I superstiti della Milano, Taro, Arno e di altre brigate si riposizionarono nelle trincee già esistenti nella zona a mezzogiorno di Castelmonte. Verso le 18:00, dalla trincea, alcuni soldati videro una colonna di fumo e fuoco alzarsi dal castello sul cocuzzolo di Castelmonte. Nessuno sapeva con certezza se l'incendio fosse appiccato dagli italiani in ritirata o dalle bombe incendiarie del nemico. Alle 19:00 giunse l'ordine di ritirarsi.

Chi riuscì a raggiungere Castelmonte in quella fase dovette cedere le armi qualche minuto dopo. La posizione era perduta.

La notte della ritirata: la testimonianza di Sterracci

Nel caos di quella notte la testimonianza dell'aspirante Antonio Sterracci fotografa meglio di qualsiasi analisi strategica quello che significava ritirarsi sotto la pioggia, al buio, con i feriti da trasportare e l'unità di comando già dissolta.

Sterracci stava marciando in ritirata quando, all'ingresso di una caverna, si trovò davanti all'aspirante medico del battaglione che chiedeva soccorso: sul terreno giacevano molti feriti che non potevano camminare. Il suo tenente gli affidò il compito di organizzare il trasporto delle barelle. Sterracci riprese la marcia a ritmo lento, con soste continue per il cambio degli uomini alle barelle — e così si distanziò dal resto del battaglione.

Giunse a Prepotto intorno all'una di notte del 28 ottobre, in mezzo a una folla di soldati di vari reggimenti che si mischiavano tra loro senza un ordine riconoscibile. Affidò momentaneamente la sorveglianza dei feriti a un certo Righini, aiutante di battaglia del suo reggimento, e si allontanò in cerca del proprio tenente per ricevere ordini. Quando tornò, i feriti erano spariti. Nella confusione, qualcuno li aveva portati via — o si erano trascinati altrove da soli. Riprese a marciare con una colonna anonima verso l'interno. Verso le 3 di notte giunse in un paese che apprese chiamarsi Ipplis, dove trovò un sottotenente e qualche soldato del suo plotone. Regnava ovunque la confusione.

La storia di Sterracci vale non tanto come documento militare ma come fotografia dell'esperienza vissuta: la progressiva perdita del controllo, la solidarietà improvvisata con persone mai viste prima, la fatica dei portatori, la responsabilità verso i feriti che poi svaniscono nel buio. È la Grande Guerra nella sua dimensione più umana e più caotica.

Le donne dei borghi: soccorso senza divisa

Mentre i soldati superstiti marciavano verso ovest nella notte del 27, la situazione di chi era rimasto ferito sul monte o nelle caverne diventava ogni ora più disperata. Ed è qui che la storia di Castelmonte prende una piega che i dispacci militari non registrano ma che vale quanto qualsiasi azione d'arme.

La mattina del 28 ottobre la popolazione dei paesini di Tribil, Altana e Oborca uscì dai nascondigli, nella speranza che il pericolo fosse passato, e si mise a raccogliere i soldati che giacevano sulla montagna, impossibilitati a muoversi a causa delle ferite. Molti feriti gravi vennero trasportati nella chiesetta di San Nicolò, adibita d'emergenza ad ospedale. Molti altri furono accolti direttamente nelle abitazioni del luogo.

Nei giorni successivi al combattimento si videro le donne girare per i boschi con pentoloni colmi di latte o di brodo, con bende ricavate dalle lenzuola di casa o dagli abiti propri. Il desiderio di tutte era portare conforto e soccorso ai feriti là dove erano caduti, in attesa che gli uomini del paese — pochi e anziani, perché i giovani erano al fronte — li trasportassero in luoghi più adatti.

Nomi e volti: la memoria delle singole persone

La forza dell'articolo originale — rimasto per anni sul sito di Vimado in una forma essenziale, quasi una testimonianza diretta — sta nella sua concretezza nominale. Non "le donne della zona". Persone specifiche, con nomi, con case, con animali nel pollaio.

Nella casa di Giuseppe Podrecca, a Jalmicco, morirono 6 soldati italiani. Erano stati portati lì dopo i combattimenti e lì esalarono l'ultimo respiro, lontani da casa, in una stanza di gente che non avevano mai conosciuto prima.

Due soldati molto gravi vennero assistiti da Maria Lesizza, che portò loro ogni giorno tutto ciò che riusciva a procurarsi: latte, uova, le poche galline rimaste nel suo pollaio. Non è un gesto eroico nel senso retorico del termine — è la logica della cura applicata in condizioni di penuria assoluta, dove ogni uovo era una risorsa che mancava alla propria famiglia.

Il tenente Mario Cassini, gravemente ferito, fu assistito da una giovane donna che gli restò accanto, piena di cura, fino a che non esalò l'ultimo respiro. Non conosceva quell'uomo. Non sapeva da dove veniva. Lo assistette comunque fino alla fine.

Molti caduti furono raccolti lungo le strade e nelle caverne dove, sorpresi dalle truppe nemiche, erano stati colpiti dalle mitragliatrici. Furono queste donne, con gli anziani dei villaggi, a recuperarli uno a uno.

Il Cimitero di Guerra di San Nicolò

La chiesetta di San Nicolò, che aveva accolto i primi feriti come ospedale improvvisato nella notte del 27 ottobre, divenne nel tempo il centro di raccolta e poi di sepoltura dei caduti della battaglia di Castelmonte. Intorno ad essa fu in seguito consacrato il Cimitero di Guerra, dove riposano i soldati italiani caduti in quei giorni di ottobre 1917 sul monte e nelle balze sopra Jalmicco.

È un luogo piccolo, appartato, lontano dai grandi sacrari militari del Carso o di Redipuglia. Va ricordato che nelle vicinanze di Caporetto, prima della chiusura dei cimiteri locali e del trasferimento delle spoglie nei grandi sacrari, alcuni cimiteri di guerra erano ubicati proprio a Prepotto, Grimacco, Stregna, Drenchia e San Pietro al Natisone. Il cimitero di San Nicolò a Castelmonte è dunque parte di una rete di piccoli luoghi della memoria disseminata su tutta la valle del Natisone e dello Judrio — una geografia della perdita che si sovrappone alla geografia turistica e religiosa dello stesso territorio.

Come arrivare e cosa trovare oggi

Castelmonte si trova a 7 km da Cividale del Friuli nel comune di Prepotto, seguendo la strada della valle dello Judrio. Il borgo è dominato dall'omonimo santuario mariano — il più antico del Friuli — che durante la Prima guerra mondiale si trovò a ridosso del fronte e subì danni da bombardamento.

La chiesetta di San Nicolò e il Cimitero di Guerra sono visitabili. Per chi percorre gli itinerari della Grande Guerra in Friuli Venezia Giulia, Castelmonte rappresenta una tappa di rara intensità: non un grande campo di battaglia con strutture museali, ma un luogo dove la guerra è rimasta impressa nel paesaggio e nella memoria locale in modo diretto, personale, non mediato dalla retorica ufficiale.

Chi visita il santuario e vuole approfondire il contesto storico può trovare informazioni presso il Comune di Prepotto e la rete dei percorsi della Grande Guerra del Friuli Venezia Giulia, che include la valley dello Judrio tra i corridoi meno conosciuti ma storicamente più densi del fronte italiano del 1917.


La battaglia di Castelmonte del 27 ottobre 1917 non è una delle grandi battaglie della Prima guerra mondiale — non compare nei libri scolastici, non ha un sacrario monumentale, non ha una data celebrata. Ma ha qualcosa che molte battaglie più famose non hanno: i nomi di chi ha fatto, in silenzio e senza uniforme, quello che si poteva fare. Maria Lesizza con il pentolone di latte. La giovane donna che non ha abbandonato il tenente Cassini. Le donne di Tribil, Altana e Oborca che il mattino del 28 ottobre sono uscite dai nascondigli non per fuggire ma per cercare i feriti. Il loro gesto non era previsto da nessun regolamento militare. È rimasto, però.

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