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Centro storico di Cividale del Friuli: Casa Medievale, Palazzo Comunale e San Martino

Cosa vedere nel centro storico di Cividale del Friuli: la Casa Medievale del 1378, il Palazzo Comunale con la damnatio memoriae e la Chiesa di San Martino sul Natisone.

Centro storico di Cividale del Friuli: Casa Medievale, Palazzo Comunale e San Martino - Borghi & Città in Friuli Venezia Giulia

Il centro storico di Cividale del Friuli si percorre a piedi in meno di un'ora — ma ogni angolo nasconde qualcosa di inaspettato. Tre edifici in particolare meritano una sosta dedicata: la Casa Medievale in Borgo Brossana, il più antico esempio di abitazione privata conservato in città; il Palazzo Comunale con i suoi strati di storia veneziana e medievale; la Chiesa di San Martino affacciata sul Natisone, con le tombe dei Duchi longobardi nel sagrato e l'Ara di Ratchis che per qualche decennio ha fatto da altare maggiore.

La Casa Medievale: la più antica di Cividale

In Borgo Brossana, prima di raggiungere l'arco romano della prima cinta muraria, a sinistra si trova una piccola costruzione che sembra quasi insignificante tra gli altri edifici. È invece la casa medievale più antica di Cividale — risalente alla rivolta popolare del 1378, abitata fino agli anni Sessanta del Novecento, oggi aperta al pubblico grazie all'associazione ONLUS AMBIENTARTI.

In origine era una torre, poi trasformata in abitazione artigiana. Non ci sono documenti scritti sulle famiglie che la abitarono — erano troppo povere per lasciare traccia. Ma la struttura è rimasta quasi intatta, e racconta la vita medievale con una concretezza che nessun museo riesce a replicare.

Piano terra — la bottega: la finestra più grande si trova al piano terra, non per far entrare luce ma per fare da vetrina e per interagire con i clienti. L'artigiano lavorava e vendeva al piano strada.

Primo piano — la camera da letto: qui dormiva tutta la famiglia. I genitori sul letto, i ragazzi per terra. Il letto ricostruito corrisponde alle dimensioni originali: piccolo, perché gli uomini medievali erano più bassi, ma soprattutto perché si dormiva semi-sdraiati. Non distesi — dormire distesi era la posizione dei morti, e portava sfortuna.

Secondo piano — la "sala da pranzo" con il fogolar: il focolare si trovava all'ultimo piano deliberatamente. L'intera struttura era quasi interamente in legno — gli incendi erano frequentissimi. Mettendo il fuoco in alto si limitava il rischio che un incendio distruggesse l'intera casa. Sulle travi originali si vedono ancora i segni delle fiamme passate. La dieta era povera: cereali, legumi, qualche formaggio e salume conservato in un armadio a muro per proteggerlo dai topi.

All'esterno l'ultimo piano sporgeva sulla strada — un modo per guadagnare spazio interno, ma che rendeva la via ancora più buia e chiusa. I rifiuti si gettavano direttamente dalla finestra.

Il Palazzo Comunale: strati di storia veneziana

All'angolo tra Largo Boiani e Corso Paolino d'Aquileia si trova il Palazzo Comunale quattrocentesco. La storia di un'istituzione simile a Cividale comincia già nel XII secolo — il Patriarca Pellegrino riconobbe i primi diritti civili ai cittadini. Nel 1236 i documenti citano una casa per le riunioni del Consiglio in Piazza Paolo Diacono. Nel 1286 l'attività si sposta nell'edificio attuale, la Domus Comunis Nova, vicino al Duomo.

Il palazzo fu ristrutturato nel 1378, quasi completamente abbattuto nel 1492, rimase inagibile per cinquant'anni (durante i quali le riunioni si tenevano in San Francesco), ricostruito nel 1588. L'aspetto attuale risale al restauro del 1934 sotto l'architetto Ferdinando Forlatti. L'anno successivo fu eretta la statua in bronzo di Giulio Cesare — copia della statua in marmo conservata in Campidoglio a Roma.

L'esterno: sul lato est un leone di San Marco del 1805, scalpellato dai Francesi, sotto cui si trova un'epigrafe in onore del provveditore veneto Leonardo Lombardo. Sul lato nord il busto di Domenico Mocenigo, provveditore di sanità amato dal popolo per il suo operato durante la peste del 1682. Sopra il busto c'era una lapide con la sua impresa — ma fu raschiata nel 1693 con la damnatio memoriae: per colpa di Mocenigo Venezia aveva perso tutta la Dalmazia. La memoria cancellata dal marmo, il busto rimasto.

L'interno: nella Sala Consigliare i ritratti dei Provveditori veneti Bernardino Vizzamano e Benedetto Balbi, della seconda metà del Seicento, e un Cristo Benedicente attribuito a Palma il Giovane. Nei gabinetti del Sindaco e della Segreteria i dipinti di Francesco Chiarottini. Attraverso il vicino Caffè San Marco si accede al cortile interno, dove sono visibili i resti di una domus romana del II-III secolo con pavimentazione a tessere bicolori.

La Chiesa di San Martino: le tombe dei Duchi e l'Ara di Ratchis

La Chiesa di San Martino si trova quasi a ridosso del Natisone, e subito fuori si apre il Belvedere sul Natisone — il punto panoramico migliore per vedere il Ponte del Diavolo dall'alto.

La chiesa è citata già nel 1238 come arimannia longobarda — un presidio militare importante. La conferma arrivò nel 1661, quando durante lavori nel sagrato furono scoperte tombe barbariche con ricchissimi corredi funebri (andati perduti). I reperti fecero ipotizzare che il luogo fosse riservato alla sepoltura non di gente comune, ma dei Duchi longobardi di Cividale.

La struttura attuale risale alla ristrutturazione del 1604 e alla seconda del Settecento, quando si ingrandirono abside e coro, si rifecero i soffitti e gli altari in marmo e si ricostruì completamente la facciata.

La pala d'altare: sopra l'altare maggiore la straordinaria pala del pittore carnico Niccolò Grassi (inizi del Settecento) raffigurante San Martino a cavallo che dona parte del mantello a un povero. La resa è realistica e dinamica — la testa e le zampe posteriori del cavallo si contrappongono ai corpi del santo e del mendicante in un gioco visivo quasi cinematografico.

Le statue dei Beati duchi: ai lati dell'altare due statue dello scultore padovano Jacopo Contiero raffigurano i beati duchi forogiuliensi — Anselmo, fondatore del convento di Nonantola, e Ratchis, divenuto re d'Italia e poi frate benedettino.

L'Ara di Ratchis: per qualche decennio la chiesa ospitò come altare maggiore l'Ara di Ratchis — il capolavoro della scultura longobarda, l'altare del duca Ratchis inciso a bassorilievo con scene cristiane. Quando nel 1940 fu spostata per metterla al sicuro dai rischi della Seconda Guerra Mondiale, al suo posto fu messo l'altare in marmo attuale. L'Ara è oggi al Museo Cristiano del Duomo.

La sacrestia: la vecchia sacrestia aveva affreschi di Francesco Chiarottini. In quella nuova i mobili settecenteschi del cividalese Matteo Deganutti — in particolare un grande armadio in legno a cassettoni con splendidi intagli.

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