C'è un codice manoscritto custodito negli Archivi del Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli — il Codex XXVIII, datato alla metà del IX secolo — che contiene una delle copie più antiche dell'Historia Langobardorum. È la storia dei Longobardi scritta da un loro figlio: Paolo Diacono, nato a Cividale del Friuli intorno al 720, morto a Montecassino il 13 aprile 799.
Tra la sua nascita e la sua morte, Paolo attraversò quasi per intero il secolo più turbolento dell'Italia altomedievale: la fine del regno longobardo, la conquista franca, la nascita dell'Europa carolingia. Lo fece come monaco, come grammatico, come precettore di principesse, come supplicante alla corte del vincitore del suo popolo. E poi tornò a Montecassino e scrisse la sua storia — una storia che interrompe deliberatamente prima della sconfitta, cristallizzando il suo popolo nel momento del massimo splendore.
Le origini: una famiglia longobarda di Cividale
Paolo nacque a Cividale tra il 720 e il 730, da una famiglia longobarda che lui stesso e il suo allievo Ilderico dicono nobile. Nella Historia Langobardorum Paolo traccia la propria genealogia: Leupchis, giunto in Italia con Alboino nel 568/569; Lopichis; Arechi; Warnefrit, che da Teodolinda ebbe Arechi e Paolo.
La saga familiare era custodita nella memoria orale: il bisnonno Lopichis era stato fatto prigioniero dagli Avari durante la loro incursione del 610 e portato schiavo in terra straniera. Riuscì a fuggire e a tornare in Friuli — un'odissea personale che Paolo racconta con il calore epico di chi conosce la storia di famiglia a memoria.
Cividale — Civitas Fori Iulii, l'antica Forum Iulii — era la capitale del Ducato longobardo del Friuli, cresciuta d'importanza dopo la caduta di Aquileia. Era una città viva: c'era uno scriptorium dove si copiavano e commentavano testi antichi, istituti religiosi, una cultura latina che conviveva con le tradizioni germaniche dei conquistatori. Fu in questo contesto che Paolo imparò il latino, il greco e la metrica, avvicinandosi con entusiasmo agli autori classici.
Un ruolo importante nella sua formazione lo svolse il duca Pemmone, personaggio di grande liberalità culturale che volle educare assieme ai propri figli anche i figli dei guerrieri caduti nelle battaglie contro gli Slavi. Paolo fu tra i beneficiari di questa politica.
A Pavia: la corte longobarda e i primi incarichi
Trasferitosi a Pavia, Paolo si formò presso la corte di Ratchis e la scuola del monastero di San Pietro in Ciel d'Oro. Nella capitale del regno acquisì una cultura che aveva coniugato autocoscienza longobarda e scuola latina — commistione che influenzò tutta la sua opera.
A Pavia consolidò gli studi di greco e latino — forse sotto la guida del grammatico Flaviano, nipote del celebre studioso Felice — e allargò le proprie amicizie con teologi e letterati. La critica è concorde che il titolo di diacono sia stato acquisito da Paolo proprio durante il periodo pavese, e che solo successivamente scegliesse la vita monastica.
Sotto re Desiderio, ultimo re longobardo d'Italia, Paolo ottenne uno degli incarichi più prestigiosi possibili: fu nominato precettore della figlia del re, Adelperga. Quando Adelperga andò in sposa al duca di Benevento Arechi II, Paolo la seguì probabilmente nel Sud, intrecciando rapporti con la corte beneventana che avrebbero segnato gli anni successivi.
La caduta del regno longobardo e Montecassino
Nel 774 Carlo, re dei Franchi, entrò vittorioso a Pavia dopo l'assedio e assunse il titolo di Re dei Longobardi. Per Paolo, monaco — aveva preso i voti intorno al 751, probabilmente a seguito di Ratchis ritiratosi a Montecassino — il crollo del regno rappresentò un trauma personale e intellettuale insieme.
Nel 776 alcuni duchi longobardi tentarono una sollevazione contro i Franchi, guidata dal ribelle duca del Friuli Rotgaudo. Tra i partecipanti c'era Arichi, fratello di Paolo. La rivolta fallì e Arichi fu condotto prigioniero in Francia.
Paolo si trovava a Montecassino, dedito alla stesura dell'Historia Romana — un compendio di Eutropio commissionato da Adelperga — quando la notizia della prigionia del fratello lo raggiunse. Era necessario fare qualcosa.
L'epistola a Carlo Magno e gli anni ad Aquisgrana
Nel 782 Paolo scrisse da Montecassino una lettera in metro elegiaco a Carlo Magno, implorandolo di liberare il fratello. Nella lettera descrive l'indigenza della cognata che doveva mantenere quattro figli — i nipoti di Paolo. La lettera era un atto di omaggio formale, ma anche un testo letterario di altissima qualità: Carlo, che aveva orecchio per la cultura, capì con chi aveva a che fare.
Paolo fu invitato alla corte di Aquisgrana e vi rimase dal 782 al 786 circa. Re Carlo, non ancora incoronato imperatore, era un politico colto e lungimirante. Manifestò a Paolo la sua stima, ritenendolo un letterato insigne al pari di Omero, Virgilio e Orazio.
Ma il fasto e gli intrighi della corte carolingia si addicevano poco a Paolo. In una lettera all'abate di Montecassino, lo studioso lamentava il rumore incessante della reggia e il frastuono dei musici. Eppure ad Aquisgrana scrisse molto: iscrizioni tombali per le sorelle del re, versi per la consorte defunta, la Storia dei vescovi di Metz esaltando la stirpe carolingia. Su richiesta di Carlo compilò l'Homiliarium, una raccolta di 244 prediche celebri dai tempi di Leone Magno a quelli di Beda — un testo liturgico che con poche modifiche sopravvisse fino al Concilio Vaticano II.
Ottenuta infine la liberazione del fratello, Paolo chiese e ottenne il permesso di tornare a Montecassino.
L'Historia Langobardorum: l'opera della vita
Nel 787, tornato a Montecassino, Paolo scrisse l'Historia Langobardorum, la sua opera più famosa, in cui narra, fra mito e storia, le vicende del suo popolo, dalla partenza dalla Scandinavia all'arrivo in Italia, fino al regno di Liutprando. La stesura lo impegnò per due anni, dal 787 al 789.
La Historia è scritta in un latino di tipo monastico, si basa su opere precedenti di vari scrittori ed è un misto di prosa e poesia. Le fonti principali furono l'anonima Origo gentis Langobardorum, la perduta Historia di Secondo di Trento, i perduti Annali di Benevento e un uso libero degli scritti di Beda il Venerabile, Gregorio di Tours e Isidoro di Siviglia.
Ma le fonti scritte erano solo un'impalcatura. Ciò che rende viva l'Historia è la tradizione orale familiare e di corte che Paolo aveva assorbito fin dall'infanzia — le saghe dei guerrieri, le storie dei duchi, la memoria dei luoghi. È un racconto vivo della storia del suo popolo, scritto con un calore e una freschezza che raggiungono spesso altezza epica.
La scelta di fermarsi al 744, anno della morte del re Liutprando, non fu casuale: la Historia interrompe la narrazione prima della sconfitta dei Longobardi per mano dei Franchi, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. Era la storia di un uomo che amava il suo popolo e non voleva scriverne la fine.
Il lascito: un codice a Cividale e 115 copie in Europa
Il manoscritto originale è andato perduto, ma fortunatamente ne esistono ancora 115 copie, una delle quali risulta anche fra le più antiche. Quella copia è il Codex XXVIII, conservato negli Archivi e Biblioteca del Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli — la città dove Paolo era nato, tornata a custodire la sua opera più importante.
Paolo Diacono morì a Montecassino nel 799, ancora impegnato nella scrittura, senza aver visto l'incoronazione di Carlo Magno a imperatore (25 dicembre 800) né la definitiva chiusura di quell'epoca che aveva attraversato da protagonista intellettuale.
Il suo rapporto con Carlo Magno lo pone come uno dei fondatori di quella che viene chiamata rinascita carolingia. Universale e particolare stanno alla base della cultura europea: Paolo Diacono ne è uno dei fondatori.
Paolo Diacono a Cividale: dove cercare le sue tracce
A Cividale del Friuli la memoria di Paolo Diacono è viva e concreta. Il Museo Archeologico Nazionale nel Palazzo dei Provveditori — quello stesso palazzo costruito sul sito dell'antico Ducato longobardo — conserva il Codex XXVIII della Historia Langobardorum e numerosi materiali dell'epoca longobarda che Paolo conosceva di persona. Piazza Paolo Diacono, nel centro storico della città, porta il suo nome. La Casa di Paolo Diacono — la dimora tradizionalmente associata allo storico — è visitabile nel centro storico.
Cividale del Friuli è dichiarata Patrimonio dell'Umanità UNESCO come "Longobardi in Italia: i luoghi del potere" dal 2011. È raggiungibile da Udine in circa 20 minuti d'auto o con il trenino della FUC.
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