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Aquileia: le leggende dell'aquila e della cicogna

L'aquila che vola sulla fondazione, la cicogna che fugge prima di Attila: le leggende di Aquileia tra storia e mito. Dal 181 a.C. al 452 d.C.

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Ci sono città che nascono da un calcolo militare e finiscono per diventare mito. Aquileia è una di queste. Fondata nel 181 a.C. come avamposto difensivo romano ai confini orientali dell'Italia, crebbe fino a diventare una delle metropoli più grandi dell'Impero, con quasi 100.000 abitanti nel II secolo d.C. — una delle quattro città più importanti della penisola, dopo Roma, Milano e Capua. E poi, nell'estate del 452 d.C., cadde sotto gli Unni di Attila e non si rialzò mai più alla sua antica grandezza.

Una storia così grande non poteva che generare leggende. Due uccelli in volo — un'aquila e una cicogna — ne sono i simboli contrapposti: uno annuncia la nascita, l'altra preannuncia la morte.

L'aquila della fondazione

Secondo la tradizione popolare, quando i triumviri romani Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Gaio Flaminio tracciavano con l'aratro i solchi che avrebbero delimitato il perimetro della nuova colonia, un'aquila comparve improvvisamente in cielo. L'uccello iniziò a volare in cerchio, in modo maestoso e concentrico, come se volesse benedire dall'alto lo spazio destinato alla città.

Il volo del rapace fu interpretato come un auspicio favorevole — nella religione romana, l'osservazione del volo degli uccelli (auspicia) era una pratica codificata che guidava le decisioni pubbliche più importanti, dalla fondazione di colonie alle dichiarazioni di guerra. Un'aquila che circola sopra il luogo della fondazione era un segno di inequivocabile potenza e protezione divina.

La leggenda è probabilmente eziologica — inventata a posteriori per spiegare il nome della città. Aquileia da aquila: un'etimologia popolare che la filologia moderna non conferma con certezza, ma che i latini amavano e ripetevano. Il nome è documentato nelle fonti prima della fondazione romana, e probabilmente deriva da un termine locale precedente. Ma la storia dell'aquila è più bella, e più potente.

La cicogna di Attila

Un terrore nero attanagliò i cuori degli abitanti di Aquileia quando, nel 452 d.C., videro arrivare le armate unne sotto le loro mura. Aquileia aveva resistito a tutto — alle incursioni di Alarico nel 401 e nel 408, agli assedi di vari pretendenti imperiali. Alarico, il re dei Visigoti che espugnò Roma, aveva preferito aggirarla per non andare incontro a un estenuante assedio. La città sembrava inviolabile.

Attila però non si arrese. La città era fornita di mura possenti e al suo interno abbondavano i pozzi d'acqua potabile. Lo storico Giordane, vissuto nel VI secolo, riportò che la città oppose resistenza per lungo tempo, verosimilmente alcuni mesi.

Fu allora che accadde l'episodio tramandato dallo storico greco Procopio di Cesarea e diventato leggenda. Attila stava quasi per ordinare ai suoi la ritirata, quando vide allontanarsi in volo delle cicogne con i loro piccoli. Il nido si trovava proprio su una torre delle mura. Il condottiero barbaro interpretò questo segno come un presagio favorevole: gli uccelli migratori potevano predire il futuro, e quelli stavano abbandonando la città.

Mantenne l'assedio. «Così dicono che l'esercito dei barbari si dispose di nuovo all'assedio e poco dopo una parte delle mura, proprio quella che reggeva il nido dell'uccello, crollò all'improvviso, senza nessun motivo apparente, e in quel punto fu possibile ai nemici entrare nella città.» Queste le parole di Procopio. Il 18 luglio 452 Aquileia cadde.

La versione friulana: i fantocci nella notte

La tradizione orale friulana aggiunge una variante alla leggenda della fuga: non tutti gli aquileiesi aspettarono passivamente la loro sorte. Secondo questa versione, mentre Attila si avvicinava, gli abitanti di Aquileia — già spaventati dalla fama distruttiva che precedeva l'esercito unno — escogitarono un tranello.

Durante l'oscurità della notte misero sulle mura una serie di fantocci vestiti da soldati. Poi si sporcarono la faccia di fuliggine, indossarono abiti scuri e, su imbarcazioni nere, fuggirono silenziosamente dal porto fluviale in direzione dell'isola di Grado. Attila scoprì i fantocci solo quando si avvicinò alla città. Entrato in Aquileia la trovò vuota; si affrettò al porto, ma non trovò neppure un'imbarcazione. Cercò di inseguire i fuggiaschi spronando il cavallo verso l'acqua, ma il cavallo si impennò.

Fu a quel punto — secondo la leggenda — che il capo degli Unni, schiumante di collera, ordinò ai suoi di distruggere ogni cosa, meritandosi per sempre la nomea di "flagello di Dio".

Il colle di Udine: un'altra leggenda aquileiese

Una volta incendiata la città, Attila diede ordine ai guerrieri di portare della terra nei loro elmi e di riversarla in un punto prestabilito. I soldati erano molto numerosi e in breve tempo riuscirono a formare una collinetta dalla quale Attila poté osservare i fumi elevarsi dalla città incendiata. Si dice che il colle sia quello di Udine, su cui sorge il castello — ma anche altre località della regione rivendicano di avere la stessa origine.

La leggenda del colle artificiale è una delle più diffuse nel Friuli: quasi ogni altura che non abbia una spiegazione geologica evidente viene attribuita alla terra portata negli elmi dai guerrieri di Attila. È il modo in cui la memoria popolare ha elaborato il trauma della conquista — trasformando il devastatore nel costruttore involontario del paesaggio.

Storia e leggenda: cosa dice l'archeologia

La fama degli Unni come un popolo terribile, quasi disumano, era presente nel mondo romano già prima che Attila si affacciasse sul palcoscenico dell'Impero. Il racconto dell'invasione si è innestato su questa immagine, producendo interpretazioni e leggende che hanno fatto del popolo unno uno dei più temuti dell'antichità.

La ricerca archeologica recente ha tuttavia ridimensionato alcune certezze. In seguito, grazie alla datazione delle monete, ci si è resi conto che alcune botteghe erano rimaste in uso anche dopo l'assedio di Attila. Aquileia non fu cancellata del tutto nel 452: sopravvissero l'autorità della sua chiesa e il mito di una città che era stata potente. Ma il colpo fu letale: le invasioni successive — in particolare quella dei Longobardi nel 568 — avrebbero definitivamente sancito il declino.

Quello che i Romani avevano costruito con l'aratro, Attila lo aveva distrutto con la spada. E tra i due gesti, il mito ha posto un'aquila e una cicogna: il volo circolare della nascita, il volo in fuga della fine.

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