Ogni castello ha il suo fantasma. Quello di Gorizia ne ha due.
Il Castello di Gorizia domina la città dall'alto del suo colle fin dall'XI secolo. Per quasi quattro secoli fu sede dei Conti di Gorizia, una delle famiglie feudali più potenti dell'area alpino-adriatica, con domini che si estendevano dalla Carinzia all'Istria, dalla Stiria alla Carniola. Una famiglia che il popolo ricordava come spregiudicata, avida e a tratti brutale. Ed è da questa memoria collettiva, sedimentata nei secoli, che nacquero le leggende.
Due storie in particolare hanno resistito al tempo e continuano a circolare tra le mura del castello: quella della Contessa Caterina, la Dama Bianca con i sette cani feroci, e quella di Ermenegilda, la figlia del conte che scelse l'amore invece del convento. Sono leggende di natura completamente diversa: una di avidità e maledizione, l'altra di fuga e felicità ritrovata.
La Contessa Caterina e il tesoro perduto
La storia intrigante della Contessa Caterina, figlia del Conte palatino ungherese Nicola Gara e di Anna Cilli, diventata seconda moglie del Conte di Gorizia, è entrata nella leggenda. Caterina era nota per la sua avidità estrema e per i sette alani feroci che teneva con sé in ogni momento e che aizzava contro chiunque non gradisse.
La leggenda racconta che una notte bussò al castello un cavaliere che portava con sé un sacchetto di monete d'oro, viaggiatore in difficoltà che cercava rifugio dalla tempesta. Caterina lo accolse, ma durante la notte, con l'aiuto del suo servitore Giuseppe, lo uccise e portò l'oro nelle segrete del castello, già piene di tesori accumulati nel tempo. Non fu l'unico a fare quella fine: altri viaggiatori passarono per il castello e non ne uscirono più.
Finché una notte la morte stessa fece visita alla Contessa, che fu trovata priva di vita dal suo servitore. Il servo non le diede nemmeno degna sepoltura. La leggenda vuole che il diavolo venne e si impadronì del corpo e dell'anima della Contessa. Anche di Giuseppe non si seppe più nulla. Il favoloso tesoro non venne mai ritrovato.
Da allora il fantasma di Caterina vaga nelle stanze del castello. Ogni sette anni, in abito bianco e con i capelli al vento, il suo spirito appare sulle mura del castello accompagnato dai cani ululanti. E la tradizione dice che chi ha il coraggio di avvicinarsi e chiederle dove ha nascosto il tesoro non solo lo possiederà, ma darà pace anche alla sua anima tormentata.
Il Comune di Gorizia prende sul serio questa leggenda: ancora oggi organizza eventi notturni al castello con la Dama Bianca come protagonista, in costume d'epoca e con i cani. Un modo per tenere viva una storia che in fondo racconta di vizi universali, l'avidità e la sua punizione, ambientata in un luogo che quei vizi li ha conosciuti davvero.
Ermenegilda: la suora mancata che scelse l'amore
La seconda leggenda goriziana ha un tono completamente diverso. Siamo nel 1303 e il Conte Alberto II di Gorizia si trovava di fronte a un problema tipico dell'aristocrazia medievale: come preservare il patrimonio senza dividerlo tra troppi eredi. La soluzione era semplice e crudele: la figlia femmina, Ermenegilda, bella e intelligente, sarebbe andata in convento.
Ermenegilda non voleva farsi suora. Ma nel 1303 le figlie delle famiglie altolocate non avevano molta voce in capitolo. Obbedì al padre e prese la strada verso un monastero in Alto Adige, scortata da un giovane nobile incaricato di accompagnarla: Balthasar, di stirpe stiriana.
Il viaggio trasformò l'obbligo in qualcos'altro. Ermenegilda non riusciva a nascondere il dolore per il destino che le era stato imposto. Balthasar, mosso dalla compassione, capì che quello che provava per lei era amore. Si dichiararono. Decisero di non separarsi.
Si fermarono al Castello di Sillian, in Tirolo, dove Frà Giocondo, priore stimato, ascoltò la loro storia e li unì in matrimonio. Quando i fratelli di Ermenegilda vennero a sapere della cosa, si irritarono: la sorella che si sposava significava diritti ereditari complicati, e un nobile stiriano in famiglia non era nei loro piani. Radunarono un manipolo di soldati.
Ma Frà Giocondo li andò incontro e li convinse con argomenti pratici: Balthasar Von Welsberg era un feudatario della Stiria, nobile, ricco e rispettato. Un matrimonio del genere non era affatto un disonore per la casata. La spedizione militare si trasformò in una festa al castello. E Balthasar disse a Ermenegilda, in tedesco: "Mein Engel, alle Gefahr ist vorüber". Angelo mio, tutto il pericolo è passato.
Il castello oggi: tra storia e leggenda
Il Castello di Gorizia, dopo i bombardamenti della Prima Guerra Mondiale e la ricostruzione degli anni Trenta, ospita oggi il Museo del Medioevo Goriziano. Gli interni conservano mobili e suppellettili originali, riproduzioni di armi e macchine d'assedio, e la ricostruzione della cucina medievale con gli utensili di un tempo. Nel cortile centrale sono ancora visibili i resti del torrione dell'XI secolo.
L'ingresso avviene attraverso la Porta Leopoldina (1660), costruita in onore di una visita dell'imperatore Leopoldo d'Asburgo. Sopra il portale principale campeggia il Leone di San Marco, simbolo della breve dominazione veneziana, collocato nella posizione attuale solo nel 1919.
Per orari e informazioni aggiornate sulla visita: sito del Castello di Gorizia e Comune di Gorizia, via Castelvecchio 1. Il castello è raggiungibile a piedi dal centro della città salendo per il borgo medievale.
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