La distesa di roccia calcarea che caratterizza il Carso (Kras in sloveno) è il risultato di complessi processi di sedimentazione marina risalenti al Cretacico, seguiti da milioni di anni di erosione chimica. L'acqua meteorica, combinata con l'anidride carbonica, ha dissolto nei millenni il carbonato di calcio, scavando un vasto reticolo idrografico sotterraneo e lasciando in superficie una crosta arida, solcata da profonde fessurazioni. Prima che le scienze geologiche decodificassero il fenomeno del carsismo, la violenza visiva e l'asperità di questo paesaggio esigevano una spiegazione culturale. La storiografia folcloristica locale ha così codificato due miti fondativi per giustificare l'anomala presenza del pietrame che soffoca l'altopiano alle spalle di Trieste.
L'agguato demoniaco all'Arcangelo Gabriele
La prima narrazione affonda le radici in un archetipo di lotta tra entità metafisiche. Secondo questa versione, in un'epoca antecedente l'attuale conformazione orografica, l'area dell'odierno Carso si presentava come una pianura fertile, attraversata da corsi d'acqua superficiali. Per ripulire altre zone del pianeta da un eccesso di materiale roccioso sterile, la divinità incaricò l'Arcangelo Gabriele di raccogliere il pietrame in un enorme sacco e di disperderlo in mare, ben oltre le acque del Golfo di Trieste.
Durante la traversata aerea, l'Arcangelo subì un'imboscata dal Demonio. Il confronto fisico ad alta quota non determinò la caduta del messo divino, ma provocò uno squarcio irreparabile nella tela del sacco. L'intero carico precipitò sull'altopiano. La collisione dei massi innescò una reazione a catena che seppellì la vegetazione e interruppe la rete idrografica di superficie, consegnando al territorio la sua morfologia accidentata e definitiva.
La bisaccia tramutata in pietra: il viaggio di Gesù e San Pietro
Un secondo filone narrativo sposta l'origine della pietraia in un contesto di matrice neotestamentaria, legandola a una condanna per l'avidità umana. Il racconto documenta un viaggio terrestre di Gesù, in marcia a dorso di un asino, affiancato da San Pietro a piedi. I due viaggiatori, in cerca di un perimetro ricco di vegetazione e sorgenti d'acqua dolce per riposare, si accamparono all'ombra di una ristretta area boschiva.
Un residente locale, notando i bagagli da viaggio colmi di provviste, decise di capitalizzare sul sonno dei viandanti. Sottrasse l'animale da soma con i rispettivi carichi alimentari, allontanandosi senza destare allarmi. Al risveglio, scoperta la sottrazione, la reazione divina fu istantanea. Nel momento in cui il ladro aprì le sacche rubate, il contenuto organico venne trasmutato: all'interno vi trovò esclusivamente blocchi di pietra. Queste rocce avviarono una moltiplicazione esponenziale e inarrestabile, fuoriuscendo dai contenitori fino a sommergere totalmente il suolo fertile circostante, pietrificando il paesaggio.
Come arrivare e dintorni
L'esplorazione dell'altopiano carsico richiede un approccio logistico basato sull'automobile. Chi proviene dalla rete autostradale A4 Torino-Trieste deve oltrepassare la barriera del Lisert e immettersi sul Raccordo Autostradale 13 (RA13). Le uscite funzionali per accedere all'area centrale del Carso sono quelle di Sgonico o Prosecco. Da questi svincoli, la Strada Provinciale 1 (SP1) e la Strada Provinciale 8 (SP8) tagliano perpendicolarmente la roccia, mettendo in comunicazione gli abitati.
Nei dintorni diretti dell'uscita autostradale si incontra il comune di Sgonico, nel cui sottosuolo si apre la Grotta Gigante, cavità carsica rilevata e mappata scientificamente fin dall'Ottocento. Procedendo per pochi chilometri verso nord-est si raggiunge Monrupino, dominata dal Tabor, un'architettura fortificata eretta per difendere la popolazione civile dalle incursioni ottomane nel XV secolo. A ovest, scendendo in direzione del mare tramite la Strada Statale 14 (SS14) Costiera, si incontra l'abitato di Duino, sorvegliato dal castello omonimo edificato direttamente a strapiombo sulle falesie calcaree.
Coordinate: 45.7333, 13.7500
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