Nelle Valli del Natisone ci sono luoghi che sembrano usciti da un racconto medievale. La Grotta di San Giovanni d'Antro, a pochi chilometri da Pulfero e a una decina da Cividale del Friuli, è uno di questi — ma non è un racconto. È reale, e chi lo vede per la prima volta di solito resta in silenzio qualche secondo prima di dire qualcosa.
Una lunga scalinata in pietra sale tra uno strapiombo e una parete rocciosa verso l'ingresso della grotta. Dentro ci sono una chiesa ipogea gotica, una cappella con un altare ligneo del Seicento, lapidi longobarde e una rete di gallerie calcaree esplorate per oltre 4 chilometri. Fuori, i resti di un castello che secondo la leggenda resistette ad Attila grazie all'astuzia di una regina.
La grotta: geologia e storia
Il sistema di cavità naturali di San Giovanni d'Antro ha uno sviluppo orizzontale ed è stato esplorato per circa 4.000 metri. Le gallerie seguono il percorso di un torrente sotterraneo e si aprono in sale di dimensioni variabili con formazioni calcaree tipiche della carsificazione delle Valli del Natisone.
L'uomo frequenta queste cavità da millenni — prima come rifugio naturale, poi come avamposto difensivo. I Romani lo usavano come postazione avanzata rispetto a Forum Iulii (l'odierna Cividale). I Longobardi lo trasformarono in struttura difensiva integrata nel sistema di controllo della valle. La dedicazione della chiesa a San Giovanni — attestata dai ritrovamenti epigrafici — risale proprio all'epoca longobarda.
La chiesa ipogea: gotico-sloveno nella roccia
Nella prima parte della grotta, ricavata direttamente nella roccia, si trova la chiesa ipogea. L'aspetto attuale riflette il restauro del 1477, confermato da una lapide all'ingresso con i nomi degli autori: Andrei Von Lach e Iacob, lapicida. Lo stile è gotico-sloveno, con elementi architettonici che richiamano le chiese dell'area slovena confinante più che quelle friulane della pianura.
L'altare ligneo dorato è del 1600. La cappella laterale è un vano unico a cui si accede attraverso un arco gotico. Sul pavimento della cappella si trova una pietra tombale con un'iscrizione latina:
Iaceo Indignus hic Tumulatus ego felix — "Io, di nome Felice, sono indegnamente sepolto".
Questo Diacono Felice non è un personaggio qualunque. Un documento dell'889 attesta che il Re Berengario gli donò la chiesa nella grotta e parte della Valle del Natisone. Con il tempo questo lascito divenne la Gastaldia d'Antro, una circoscrizione amministrativa che comprendeva tutta la Valle del Natisone dal ponte di San Quirino fino a Stupiza — uno dei territori più estesi del Friuli medievale.
La leggenda di Teodolinda e il sacco di grano
Il castello che sorgeva sopra la grotta — di cui rimangono tracce nelle strutture difensive integrate nella roccia — è protagonista di una delle leggende più note delle Valli del Natisone.
Quando Attila e gli Unni misero a ferro e fuoco i territori circostanti, questo castello era rimasto l'ultimo rifugio per le popolazioni della valle. L'assedio durò a lungo. Quando nelle dispense rimase un solo sacco di grano, la regina Teodolinda — o Vida, a seconda delle versioni della leggenda — prese una decisione disperata: prese il sacco e lo lanciò giù dalle mura verso gli assalitori.
Il gesto, apparentemente suicida, era un bluff calcolato. Il messaggio era chiaro: abbiamo così tanto grano che possiamo permetterci di buttarne. Gli Unni, convinti che la fortezza avesse riserve inesauribili, rinunciarono all'assedio e si ritirarono. Il castello fu salvo.
La leggenda dice molto sul tipo di intelligenza che serviva per sopravvivere in questi territori di confine — non la forza bruta, ma l'astuzia e la capacità di leggere la psicologia dell'avversario.
I Benandanti e il fascino notturno della grotta
Chi è cresciuto nelle Valli del Natisone nel Novecento sa che la Grotta di San Giovanni d'Antro aveva nella memoria popolare locale una funzione diversa da quella turistica. Era il luogo dove — secondo le credenze tramandate oralmente fino agli anni Sessanta — si incontravano i Benandanti: personaggi nati con la camicia (avvolti nel sacco amniotico) che di notte uscivano dal corpo per combattere le streghe e il Diavolo. Se vincevano, garantivano buoni raccolti. Se perdevano, malattie e tempeste si abbattevano sulla campagna.
I Benandanti non sono una leggenda popolare qualunque. Sono documentati negli archivi dell'Inquisizione del Friuli del XVI e XVII secolo, studiati dallo storico Carlo Ginzburg nel libro I Benandanti (1966). La grotta, con la sua profondità e il suo silenzio, era lo spazio mentale perfetto per proiettare questi incontri notturni tra forze del bene e del male.
Informazioni pratiche per la visita
La visita alla grotta si fa con guida, durata circa un'ora. L'interno mantiene una temperatura fresca tutto l'anno: portare uno strato aggiuntivo anche d'estate.
Orari: apertura domenicale da aprile a luglio e settembre (10:30-18:00); agosto aperto tutti i giorni (10:30-18:00); ottobre-gennaio domenica (10:30-16:00); febbraio e marzo chiuso. Visite in altri giorni su prenotazione per gruppi di almeno 15 persone.
Tariffe: verificare quelle aggiornate direttamente sul sito o contattando la gestione prima della visita — i prezzi indicati nell'articolo originale del blog risalgono ad anni fa.
Come arrivare: la grotta si trova a Pulfero, nelle Valli del Natisone, a circa 10 km da Cividale del Friuli via SS356. Da Udine circa 30 km.
Nei dintorni: la Gastaldia d'Antro — ristorante nelle immediate vicinanze della grotta — serve cucina tipica delle Valli del Natisone. Il Natisone si può esplorare a piedi o in kayak nelle giornate estive.
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