Alla fine dell'Ottocento, l'assenza di chiodature metalliche sulla suola trasformò una calzatura rurale friulana nell'equipaggiamento standard dei gondolieri veneziani. Gli scarpèts (o scarpèz), originari delle vallate montane della Carnia, garantivano un'aderenza stabile sulle assi di legno umide senza scalfire i rivestimenti in vernice delle imbarcazioni lagunari. Dietro questa espansione commerciale verso il capoluogo veneto si celava un'economia domestica di pura sussistenza, basata sul recupero tessile.
L'assemblaggio dei blécs e la trazione dello spago
Prima dell'avvento dei materiali sintetici, la struttura portante dello scarpèt dipendeva esclusivamente dalla sovrapposizione meccanica di ritagli di stoffa di scarto, denominati blécs in lingua friulana. La soletta veniva costruita impilando fino a venti o trenta strati di questi frammenti, che venivano successivamente compressi e stabilizzati tramite una fitta rete di cuciture passanti.
L'assemblaggio richiedeva uno sforzo fisico notevole. Le donne carniche impiegavano un ago di grandi dimensioni a sezione triangolare, progettato per perforare la densità del blocco tessile. Per agevolare l'attrito, lo spago di canapa veniva preventivamente ingrassato con cera d'api o sapone animale. Una volta che la punta fuoriusciva dal lato opposto della soletta, l'ago veniva estratto utilizzando pinze metalliche, chiudendo il punto con una tensione sufficiente a conferire rigidità strutturale al manufatto.
Il dimensionamento della tomaia e della suola veniva calibrato in base alla stagionalità. I modelli invernali prevedevano l'inserimento di strati intermedi di lana cotta o fustagno per garantire l'isolamento termico dal suolo ghiacciato, mentre le varianti estive venivano alleggerite riducendo il numero di blécs e impiegando tessuti traspiranti di lino o cotone per la chiusura superiore.
Dal velluto nero ai copertoni di bicicletta
La tomaia veniva fissata alla suola sfruttando la medesima tecnica di cucitura a vista. Il modello standard destinato all'uso quotidiano prevedeva l'impiego di tela robusta, mentre le versioni riservate ai giorni festivi o alle cerimonie nuziali venivano confezionate utilizzando il velluto nero. Le cucitrici personalizzavano il collo del piede applicando ricami a filo a tema floreale, variando la sagomatura della punta in base alle consuetudini estetiche della singola vallata di provenienza.
Il ciclo produttivo subì una radicale mutazione tecnica nel periodo interbellico del Novecento. La scarsità di materie prime tessili, combinata con la diffusione delle biciclette, portò alla sostituzione dei blécs con sezioni di copertone in gomma usurati. Questa modifica incrementò l'impermeabilità e la resistenza all'abrasione della calzatura, prolungandone il ciclo vitale sui terreni pietrosi e aprendo la strada alla produzione artigianale seriale che avrebbe poi preso piede nel secondo dopoguerra.
Come arrivare e dintorni
Per ispezionare gli esemplari storici originali di scarpèts conservati al Museo Carnico delle Arti Popolari "Michele Gortani", è necessario raggiungere Tolmezzo. Il capoluogo carnico è accessibile percorrendo l'autostrada A23 Palmanova-Tarvisio fino al casello di Carnia-Tolmezzo. Dal terminale autostradale si imbocca la Strada Statale 52 (SS52) Carnica in direzione ovest, che immette direttamente nel perimetro del centro cittadino dopo circa sette chilometri.
L'esplorazione logistica dell'area permette di deviare a nord, lungo la Strada Regionale 355 (SR355), verso le architetture rurali della Val Degano e il borgo di Ovaro. Procedendo invece verso nord-ovest sulla viabilità provinciale della SR465, si penetra nella Val Pesarina per ispezionare l'abitato di Pesariis, la cui vocazione manifatturiera documentata dal Settecento è storicamente legata alla complessa progettazione e all'assemblaggio di sistemi di orologeria monumentale.
Coordinate: 46.402636, 13.016335
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