Il Friuli ebbe l'onore di ospitare Dante Alighieri?
La domanda è aperta da secoli e non ha ancora una risposta definitiva. Gli indizi ci sono — e sono abbastanza solidi da rendere la questione più di una semplice leggenda. Ma ci sono anche le confutazioni. È uno di quei gialli storici che rende la storia medievale del Friuli più affascinante di quanto i libri di testo lascino intendere.
Il contesto: Dante in esilio
Dal 1301 Dante, condannato all'esilio per ragioni politiche dal partito fiorentino dei Neri, peregrinò per vent'anni da una corte all'altra d'Italia, sempre ospitato per l'altezza del suo ingegno. Il percorso documentato porta a Treviso (presso Gherardo da Camino), poi a Padova e a Venezia, in Lunigiana presso i Malaspina nel 1306, a Lucca, a Verona presso Cangrande della Scala, a Ravenna, ancora a Venezia.
Tra questi spostamenti, la questione è: passò anche per il Friuli?
Le prove a favore
Il ritratto nel Duomo di Udine. Chi sostiene che Dante venne in Friuli porta come prova il fatto che il Patriarca Bertrando, nel vecchio Duomo di Udine, commissionò un ritratto di Dante insieme a quello del Petrarca. L'argomento è che questo onore venisse tributato a un ospite illustre, non a un poeta lontano.
La lettera del Boccaccio. Giovanni Boccaccio scrisse una lettera al Petrarca in cui si faceva cenno alla visita di Dante alle Antra Julia — tradizionalmente interpretate come le grotte delle Alpi Giulie e di Tolmino, nell'attuale Friuli orientale.
I legami Padova-Friuli. Le relazioni intense tra Gerardo da Camino e Udine — tra la curia padovana e quella patriarcale del Friuli — all'inizio del Trecento rendono plausibile che Dante, dopo aver soggiornato a Padova, si fosse spinto fino in Friuli. Lo studioso Grion ipotizzò che Dante fosse stato ospitato dai conti de Puppi — feudatari del Patriarca Ottobono, già vescovo di Padova, che fin dal 1260 si erano trasferiti a Cividale.
Il dialetto friulano nel De Vulgari Eloquentia. L'argomento forse più suggestivo è linguistico. Nel De Vulgari Eloquentia Dante fa riferimento al duro dialetto che dice "ce s'fastu" (che fai) come a una parlata non degna di diventare lingua letteraria, per le sue asperità intrinseche. È il friulano. Chi conosce questa lingua riconosce immediatamente la citazione. La domanda è: Dante poteva conoscere il friulano solo avendolo sentito parlare da qualche friulano in trasferta a Padova o Venezia — oppure l'aveva ascoltato direttamente nella nostra zona?
Le confutazioni
L'abate Bianchi sostenne che il ritratto nel Duomo di Udine fosse stato eseguito dopo la morte di Dante, semplicemente per celebrarne la fama di poeta. E che le Antra Julia citate nella lettera del Boccaccio non fossero le grotte delle Alpi Giulie, ma le scuole di Parigi — menzionate anche da Dante stesso in altri testi.
Il De Vulgari Eloquentia: cosa dice davvero
Vale la pena capire in che contesto appare la citazione del friulano. Il De Vulgari Eloquentia è l'opera in cui Dante affronta per la prima volta in modo sistematico il problema del volgare come lingua letteraria. È scritto in latino, perché rivolto ai dotti dell'epoca. La tesi è che il fiorentino — un volgare capace di esprimere qualsiasi argomentazione culturale — meritasse di essere codificato come lingua di riferimento, al posto del latino.
Per dimostrare la superiorità del fiorentino Dante passa in rassegna i dialetti italiani, giudicandoli tutti inadatti a diventare lingua letteraria. Il friulano viene citato come esempio di parlata aspra, dura, non rifinita — ce s'fastu, che fai. Non è un insulto: è il modo in cui Dante classifica le parlate dell'Italia del Trecento.
Il fatto che Dante conosca il friulano abbastanza bene da citarlo con precisione — con quella formula che è riconoscibilmente friulana — è l'argomento più intrigante per chi sostiene che il poeta fosse davvero stato nel Friuli. Ma non è una prova.
Un affascinante punto interrogativo
Per chi vive a Cividale, la questione resta aperta. L'idea che Dante abbia camminato per le strade della città longobarda, che abbia attraversato forse il Ponte del Diavolo (che all'epoca era ancora in legno), che abbia sentito parlare in friulano i cividalesi — è una di quelle ipotesi storiche che la letteratura e la città si tengono care proprio perché non possono essere né confermate né definitivamente smentite.
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