C'è una chiesa a Paluzza, in alta Carnia, dove il muro dietro l'altare della Madonna è coperto di graffiti. Non sono disegni casuali: sono simboli geometrici, sigle, segni personali incisi nel pietra nei secoli tra il Cinquecento e il Settecento. Ognuno appartiene a un uomo diverso. Ognuno racconta la stessa storia: un uomo che si fermava a pregare prima di partire per un viaggio lunghissimo e pericoloso, che lasciava il suo segno sulla pietra come a dire sono passato di qui, ricordatemi se non torno.
Questi uomini erano i Cramars — i venditori ambulanti della Carnia. E quella chiesa di Paluzza è forse il documento più toccante che rimane di uno dei fenomeni migratori più straordinari del Friuli moderno.
Chi erano i Cramars e da dove venivano
Il termine cramàrs è un prestito dal tedesco Krämer, ovvero speziale, droghiere; è stato poi utilizzato in forma estensiva anche per il commercio di stoffe. I merciaioli ambulanti in Friuli vengono chiamati "cramari" — in friulano cramârs — dal tedesco medio alto krâme, che significa "cassetta in legno", utilizzata per portare le merci a spalla.
Erano uomini della montagna carnica, prevalentemente dei paesi dell'alta Carnia: Paluzza, Rigolato, Sutrio, Cercivento, Ravascletto e tanti altri borghi dove la terra era troppo povera e troppo poca per sostenere intere famiglie. Come scriveva Girolamo di Porcia già nel 1560: "i carnici, disponendo di poca terra coltivabile, debbono andar per il mondo".
Nel 1599 lo storico Jacopo Valvason di Maniago nella sua Descrittione della Cargna descriveva già questo fenomeno migratorio, che rappresentò una pagina essenziale nella storia della Carnia registrando il massimo sviluppo tra Seicento e inizio Ottocento.
La cràme e la cràssigne: le botteghe portatili
L'attrezzo che definiva il cramar era la sua cràme — o cràssigne — una struttura in legno portata a spalla con spallacci come un moderno zaino, ma molto più ingombrante e pesante. Non era solo un contenitore: era una bottega mobile.
Il cuore dell'attrezzatura del cramar erano le cassette portatili per il trasporto a spalla di tessili e merci: la cràme era una sorta di basto con un piano su cui venivano accatastate le pezze di stoffa. La cràssigne per spezie e affini era munita di cassettini e ribalta; le sue dimensioni piuttosto ridotte potrebbero suscitare perplessità, ma le spezie occupavano poco posto e, di converso, valevano quanto l'oro.
Ogni cassetto era destinato a una tipologia di merce precisa: spezie, medicine, stoffe, oggetti di piccola manifattura. Un sistema di organizzazione che consentiva al cramar di trovare rapidamente ciò che cercava il cliente, anche al buio, anche d'inverno, anche dopo ore di cammino nella neve.
Le merci: da Venezia all'Europa centrale
Le spezie che i Cramars vendevano in Germania, Austria, Ungheria e Polonia non venivano dalla Carnia: provenivano dai porti veneziani, dove arrivavano dall'Oriente. I Cramars erano, in fondo, l'anello finale di quella catena commerciale che portava la cannella di Ceylon, il pepe del Malabar e lo zafferano persiano fino alle cucine dei borghi tedeschi e ungheresi.
I cramàrs erano venditori ambulanti di spezie e di medicamenti; per estensione si denominarono così anche i venditori di stoffe e affini. Al contempo, si esportavano dalla Carnia anche specializzazioni di mestiere tra cui primeggiò l'attività dei tessitori, noti per la loro perizia, insieme a sarti e cappellai.
Le stoffe più semplici erano prodotte direttamente dalle donne carniche nei telai casalinghi. I Cramars fungevano così da anello di congiunzione tra due mondi: il Mediterraneo commerciale che gravitava su Venezia e il centro-Europa mitteleuropeo dell'Impero asburgico.
I percorsi: Passo Monte Croce Carnico e Valle del But
I Cramars partivano alla fine dell'estate, dopo la fienagione, con l'inizio della stagione fredda. I percorsi principali attraversavano le Alpi attraverso il Passo Monte Croce Carnico o la Valle del But — valichi che da secoli fungevano da ponti naturali tra il mondo adriatico-mediterraneo e quello d'oltralpe.
I cramârs approdarono principalmente in: Austria (15%); Ungheria, Moravia, Polonia (18%); Germania (56%). La Germania — soprattutto la Baviera meridionale, l'Austria e i territori della Bassa Germania — era il mercato principale. Alcuni si spingevano fino alla Transilvania, alla Slesia e alla Boemia.
I rischi erano reali e spesso mortali. Le valanghe, i ponti fatiscenti, i torrenti in piena da attraversare, i burroni dei valichi di montagna: molti Cramars non tornarono mai a casa. Gli ex-voto nelle chiese carniche — come quello che rappresenta il cramar Zuane Michis di Rigolato miracolosamente illeso da un incidente a Pinzgau nel 1761 — testimoniano la consapevolezza del pericolo e la gratitudine per la sopravvivenza.
La rete e la fedeltà ai clienti
I Cramars non erano avventurieri solitari che vagavano alla cieca. Avevano costruito nel tempo un sistema sofisticato di relazioni commerciali.
Ogni cramar batteva di anno in anno la stessa zona, tornando dai medesimi clienti, guadagnandone la fiducia. I cramârs vennero a contatto con la nascente Riforma protestante luterana, che a partire dal 1520 si diffuse nelle regioni tedesche. Questi stessi cramârs, al loro periodico ritorno in Carnia, portarono queste nuove idee religiose, che dopo una prima limitata tolleranza furono implacabilmente contrastate.
All'estero, i più fortunati si fecero costruire delle belle case nel proprio paese, sul cui portale spicca ancora oggi il loro simbolo. Alcuni tedeschizzarono il proprio cognome: Morassi in Morasch, Moro in Mohr, De Rivo in Von Bach.
I marchi: l'identità incisa nella pietra
Ogni cramar aveva un marchio personale — un simbolo geometrico unico, spesso accompagnato dalle iniziali del nome. Era un segno di riconoscimento e di garanzia: lo incideva sulle serrature degli usci di casa, lo intagliava su attrezzi e mobili, lo apponeva sui prodotti in vendita. Una sorta di logo personale, trasmesso di padre in figlio come un cognome d'arte.
L'uso dei marchi è confermato nella chiesa parrocchiale di Paluzza: sul muro dietro l'altare della Madonna vi sono graffiti di numerosissimi marchi, tutti diversi con le iniziali dei nomi e datati nel Sei-Settecento e perfino del Cinquecento. I Cramars del luogo o di passaggio, prima di esporsi ai rischi e alle fatiche del viaggio, passavano in visita nella chiesa per invocare la protezione e l'assistenza, incidevano così sul muro il loro personale marchio.
Quel muro di Paluzza è rimasto intatto. Chi visita oggi la chiesa può ancora leggere quei segni — una sequenza di vite, di partenze e forse di ritorni, incisa nella pietra nel silenzio di secoli.
Il lascito culturale: campane, altari e cjarsòns
Le attività commerciali dei cramàrs costituirono una voce portante dell'economia della Carnia in età moderna con notevoli ricadute sulla storia economica, sociale e culturale della comunità. Una testimonianza palese è la straordinaria ricchezza architettonica dei piccoli paesi dell'alta Carnia i cui edifici più prestigiosi spesso appartennero a cramàri. I campanili hanno le cupole a cipolla tipici dell'Austria e della Bassa Germania. I cramàrs spesso donarono alle chiese dei paesi d'origine smaglianti oggetti d'arte sacra, famose le argenterie di Augsburg con smalti policromi, dipinti, sculture e altari lignei.
Perfino la cucina carnica porta le tracce di questo scambio. Le origini dei Cjarsòns vengono fatte risalire ai cramârs. Al loro ritorno, portavano a casa quanto rimaneva di spezie, frutta secca e aromi orientali sul fondo della loro crassigne. Le massaie preparavano i Cjarsòns, una sorta di ravioli di pasta di patate con ripieni in cui si mescolano erbe aromatiche, spezie dolci, talvolta cioccolato o frutta secca. Un piatto che racconta un viaggio — il lungo viaggio che quei cassetti di legno avevano fatto dalla Carnia all'Europa centrale e ritorno.
Dove vedere le testimonianze oggi
Il luogo più importante per conoscere la storia dei Cramars è il Museo Carnico delle Arti Popolari "Michele Gortani" di Tolmezzo, dove si trova la stanza dei Cramàrs con le cràme e cràssigne originali, gli ex-voto, le argenterie di Augsburg, i documenti commerciali. È uno dei musei etnografici più ricchi del Friuli e un punto di partenza indispensabile per capire la Carnia.
La chiesa di Santa Maria di Paluzza, con i graffiti dei marchi sul muro dietro l'altare, è visitabile e vale da sola un viaggio fino all'alta Carnia.
Paluzza si trova in Val But, a circa 45 km da Tolmezzo, lungo la SR355 che sale verso il Passo Monte Croce Carnico. Esattamente la stessa strada che i Cramars percorrevano a piedi, con la cràme in spalla, in direzione nord.
L'economia moderna ha reso il mestiere dei Cramars impossibile — non c'è cassettiera di legno che regga la concorrenza di un camion o di un aereo cargo. Ma la storia che quei marchi incisi sulla pietra di Paluzza raccontano non è estinta: è la storia di una comunità che di fronte alla miseria del suolo rispose con la mobilità, la fiducia, l'intelligenza commerciale. E che lasciò le sue tracce — negli altari dorati, nei campanili a cipolla, nelle case costruite al ritorno — fin nei luoghi più remoti della montagna friulana.
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